Caduta del fascismo

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bussola Disambiguazione – Questa voce è relativa alla destituzione di Benito Mussolini dal governo del Regno d'Italia nel 1943. Per la definitiva fine del regime fascista nel 1945, vedi Caduta della Repubblica Sociale Italiana.

La caduta del fascismo, spesso indicata come 25 luglio 1943 o semplicemente 25 luglio, denota gli avvenimenti della primavera ed estate 1943 in Italia che culminarono nella riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 24-25 luglio, nel passaggio della votazione di sfiducia contro Benito Mussolini, e nel cambiamento del Governo Italiano. Questi eventi furono il risultato di paralleli intrighi politici guidati dal Conte Dino Grandi e dal Re Vittorio Emanuele III: il loro risultato finale fu il crollo dal potere del Governo Fascista dopo 21 anni e l'arresto di Benito Mussolini. Il Re nominò subito capo del Governo il Maresciallo Pietro Badoglio.

L'espressione fa riferimento alla seduta del Gran Consiglio del Fascismo: iniziata alle 17,15 del 24 luglio, la votazione avvenne alle 2:30 del 25 luglio, anche se non ne esiste verbale, durante la quale venne discusso l'ordine del giorno presentato dal gerarca Dino Grandi[1], che prevedeva l'estromissione di Benito Mussolini dal governo del Regno d'Italia. Il testo completo e l'originale dell'ordine del giorno Grandi furono pubblicati nel 1965 dalla rivista Epoca, grazie al ritrovamento dei documenti conservati da Nicola De Cesare, segretario personale di Mussolini nel 1943.

Il contesto storicomodifica | modifica wikitesto

Per l'Italia la situazione militare all'inizio del 1943 appariva del tutto negativa: il collasso del Fronte Africano il 4 novembre 1942 e l'invasione Alleata del Nord Africa esposero a sua volta l'Italia all'invasione da parte delle Forze Alleate. La disfatta del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (ARMIR), gli intensi bombardamenti alleati delle città italiane, e la crescente mancanza di cibo e carburante, demoralizzarono la popolazione: era chiaro che la maggioranza del popolo voleva la fine della guerra e la denuncia dell'allenza con la Germania. Per mantenere l'ultima roccaforte dell'Asse in Africa, la Tunisia, l'Italia abbisognava dei massicci aiuti tedeschi. Oltretutto, Mussolini era ancora persuaso che le sorti della guerra si sarebbero risolte nel Mediterraneo, e voleva convincere Hitler a cercare una pace separata con la Russia di Stalin e a muovere a sud l'Esercito tedesco. All'incontro tra i due tenutosi a Klessheim, il 29 aprile 1943, espose le sue idee al Fuhrer, che le rigettò. La richiesta pressante di rinforzi per difendere la Tunisia fu rifiutata dalla Wehrmacht, che non confidava più nella volontà di resistenza dell'Italia. All'aggravamento della situazione militare si aggiungeva un altro principale fattore di incertezza, la salute di Mussolini: depresso e malato, dopo mesi di forti dolori addominali, gli furono diagnosticati la gastrite e la duodenite di origine nervosa, escludendo, con qualche esitazione, la possibilità di un cancro. A causa dei suoi malesseri, Mussolini fu spesso costretto a restare a casa, privando l'Italia di un'effettiva guida.

In questa situazione, gruppi appartenenti a 4 differenti circoli - la corte reale, i partiti antifascisti, i fascisti, lo stato maggiore delle forze armate - iniziarono la ricerca di una via d'uscita. In un memorandum datato 24 aprile 1943 ai membri del governo inglese del ministro degli Esteri, Anthony Eden, era scritto che «la serie di sconfitte dell'Asse in Russia e in Africa settentrionale e la difficile condizione del suo corpo di spedizione in Tunisia spingevano gli Italiani ad auspicare una rapida vittoria degli Alleati per poter uscire dalla guerra»[2]; vi si leggeva anche che Vittorio Emanuele III era «un uomo invecchiato, privo di iniziativa, terrorizzato dall'idea che la fine del fascismo avrebbe aperto un periodo di anarchia incontrollabile», che il suo erede Umberto era incapace di passare all'azione (nonostante le pressioni della consorte, Maria José, che costituiva «l'elemento più energico della coppia reale») e che Casa Savoia avrebbe appoggiato un rovesciamento del regime solo in un secondo momento, quando si fosse verificata una sollevazione dell'esercito provocata da Badoglio e dal vecchio Maresciallo Caviglia, o una congiura di Palazzo orchestrata da «fascisti opportunisti», come Dino Grandi, da industriali e finanzieri, come il conte Giuseppe Volpi di Misurata, che miravano, comunque, a far sopravvivere un «fascismo senza Mussolini» per salvaguardare i loro personali interessi. Insomma, questi gruppi, indipendentemente uno dall'altro, iniziarono i propri intrighi per stabilire contatti con le autorità Alleate. Sfortunatamente, nessuno di loro comprendeva che la guerra era diventata anche ideologica dopo la Dichiarazione di Casablanca, che stabiliva che gli Alleati avrebbero accettato solo una resa incondizionata dai nemici. Per giunta, gli Anglo-Americani si aspettavano di intavolare trattative con personalità come il Re, non con la principessa Maria José, o altri gruppi, visti con indifferenza. I partiti antifascisti, soppressi da 20 anni, erano ancora in uno stato embrionale e - a parte il Partito Comunista e il repubblicano Partito d'Azione - tutti aspettavano un segnale da Vittorio Emanuele.

Invano: il carattere del Re, scettico e realista allo stesso tempo, le sue paure, gli scrupoli costituzionali, il sentimento che i giorni della monarchia fossero comunque contati, quale che fosse l'esito della guerra, contribuirono alla sua inazione. Il Re disprezzava pure la vecchia classe politica pre-fascista, che chiamava "revenants" (fantasmi), e non si fidava di quelli che credevano che gli Alleati non si sarebbero vendicati con l'Italia per la sua guerra di aggressione. Ultimo ma non meno importante, Vittorio Emanuele conservava ancora la sua fiducia in Mussolini, fidando che una volta di più il Duce avrebbe salvato la situazione. Di conseguenza, egli si isolò mantenendosi imperscrutabile da quelli che intendevano conoscerne le intenzioni future. Tra questi c'era il nuovo Capo di Stato Maggiore, il generale Vittorio Ambrosio, un piemontese, non molto intelligente, ma devoto al Re e ostile ai Tedeschi. Ambrosio era persuaso che la guerra fosse perduta, ma non avrebbe mai contemplato di prendere un'iniziativa personale per cambiare la situazione senza prima consultarsi con Vittorio Emanuele. Su un altro versante, Ambrosio, coadiuvato dal suo braccio destro, Giuseppe Castellano, e da Giacomo Carboni (entrambi avrebbero poi giocato un ruolo chiave nei successivi avvenimenti che avrebbero portato all'Armistizio dell'8 settembre 1943), lentamente procedettero ad occupare diverse posizioni strategiche nelle forze armate nominando ufficiali fedeli al Re. Inoltre, Ambrosio cercò di riportare in Italia quante più truppe possibile tra quelle impegnate all'estero, ma fu difficile il farlo senza suscitare il sospetto dei Tedeschi.

Il 6 febbraio 1943, Mussolini operò il più profondo rimpasto di Governo dei suoi 21 anni di potere fascista. Quasi tutti i ministri furono sostituiti: le teste più importanti a cadere furono quelle di Galeazzo Ciano, il genero del Duce; Dino Grandi; Giuseppe Bottai; Guido Buffarini Guidi; Alessandro Pavolini. I due più importanti obiettivi dell'operazione, placare la rabbia della popolazione e quella di segmenti del partito fascista, non furono raggiunti, dato che la situazione era troppo compromessa. Tra i nominati, c'era il nuovo sottosegretario agli Esteri (Mussolini aveva tenuto la carica di Ministro per sè), Giuseppe Bastianini, ben cosciente della gravità della situazione. Egli basava la sua linea su due fronti: da una parte cercando, come Mussolini, di tentare una pace separata tra la Germania e l'URSS; dall'altra, di creare un blocco di nazioni balcaniche - Ungheria, Romania, Bulgaria, alleate minori dell'Asse - guidate dall'Italia, che avrebbe dovuto agire come contrappeso all'eccessivo potere del Reich di Hitler in Europa.

In Aprile, Mussolini prese altre due importanti decisioni: il 14 aprile sostituì il capo della Polizia, Carmine Senise, un uomo del Re, con Lorenzo Chierici; cinque giorni dopo, cambiò il giovane e incapace segretario del Partito Fascista, Aldo Vidussoni, con Carlo Scorza. Senise fu accusato di incompetenza per come aveva affrontato i massicci scioperi di marzo nell'Italia Settentrionale, mentre la nomina di Scorza era tesa a galvanizzare il Partito.

Perdenti e perdutimodifica | modifica wikitesto

La caduta di Tunisi, il 13 maggio 1943, cambiò radicalmente la situazione strategica. Ora, l'Italia era esposta direttamente all'invasione Anglo-Americana, e per la Germania divenne imperativo controllare il Paese, diventato un bastione esterno del Reich. Per realizzare i loro piani, i Tedeschi dovevano disarmare con la violenza le forze armate italiane, dopo l'atteso armistizio con le forze Alleate. A tale scopo, pianificarono l'Operazione Alarico e quella denominata Konstantin: la prima dedicata all'occupazione dell'Italia stessa; la seconda, al possesso delle aree dei Balcani occupate dall'Esercito Italiano. In preparazione, i tedeschi volevano dislocare più forze di terra in Italia, ma Ambrosio e Mussolini, che volevano preservare l'indipendenza italiana, chiesero solo più aeroplani. L'11 giugno gli Alleati catturarono Pantelleria, il primo territorio d'Italia a essere perso. La piccola isola era stata trasformata in presidio, ma - a differenza di Malta - dopo una settimana di intensi bombardamenti, fu ridotta a cratere fumante, e cadde agli Alleati senza quasi resistenza. Divenne del tutto evidente che la prossima mossa degli Alleati sarebbe stata quella di invadere una delle tre isole più grandi di fronte alla Penisola: la Sicilia, la Sardegna o Corsica.

A metà maggio, il Re iniziò a considerare il problema di come uscire dalla guerra: era il pensiero espressogli dal Duca Pietro d'Acquarone, Ministro della Real Casa, molto preoccupato per il futuro stesso. L'opinione pubblica italiana aveva atteso per mesi un segno dal suo Re, e iniziava a volgersi contro la monarchia. Alla fine di maggio due alte personalità dell'epoca liberale, Ivanoe Bonomi e Marcello Soleri, furono ricevuti da d'Acquarone e dall'aiutante di campo del Re, il generale Puntoni. Entrambi premettero sui consiglieri reali consigliando di far arrestare Mussolini e di nominare un Governo militare. Il 2 e l'8 giugno furono entrambi ricevuti dal Re, ma rimasero frustrati per la sua inazione. Il 30 giugno Bonomi incontrò il principe Umberto e propose i nomi di 3 generali - Ambrosio, il maresciallo Pietro Badoglio, il maresciallo Enrico Caviglia - come candidati a succedere a Mussolini. Il 4 luglio Badoglio fu ricevuto da Umberto, che gli fece capire che la Corona non si opponeva più a un cambio di Regime. Il giorno seguente, Ambrosio propose al Re di nominare Badoglio o Caviglia alla testa del Governo che avrebbe sostituito Mussolini. A favore della candidatura di Caviglia svettavano il suo coraggio, la sua onestà e le posizioni antifasciste, ma era considerato troppo vecchio per affrontare i perigliosi eventi e, inoltre, un esponente di alto livello della Massoneria. Badoglio, che aveva rassegnato le proprie dimissioni da Capo di Stato Maggiore dopo la disfatta greca nel 1941, era divenuto un acerrimo nemico di Mussolini e stava aspettando solo l'occasione propizia per vendicarsi. Oltre a ciò, egli era amico del Duca d'Acquarone, che era stato il suo aiutante di campo, ed entrambi, come Caviglia, massoni. Una collaborazione tra i due Marescialli era tuttavia impensabile, dato che Caviglia odiava Badoglio, definendolo una volta un «cane da cortile che va dove c'è il boccone più grande».

Il 4 giugno, Il Re concesse un'udienza a Dino Grandi[3], che era ancora il presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, pur essendo stato rimosso dal Governo. Grandi era uno dei gerarchi del Regime Fascista, per più di 20 anni uno stretto collaboratore di Mussolini, considerato più un conservatore di destra che un fascista. Egli vedeva il fascismo come un fenomeno effimero, confinato nella durata di vita di Mussolini. Esperto diplomatico, era stato Ministro degli Esteri e Ambasciatore nel Regno Unito, un fermo nemico della Germania e con una larga cerchia di amicizie nell'establishment britannico (tra questi, era amico personale di Winston Churchill), ed era stato spesso considerato il successore naturale di Mussolini. Sebbene personalmente devoto al Duce, del cui carattere e difetti era ben conscio, egli era tuttavia convinto che ad alcuni ordini si dovesse disobbedirgli, dandogli il credito del successo. Il 25 marzo 1943, il Re aveva conferito a Grandi il collare dell'Annunziata, permettendogli di essere chiamato "cugino del Re" e dandogli la facoltà di un accesso illimitato alla Casa Reale. Durante il loro ultimo incontro prima del 25 luglio, Grandi comunicò al Re il proprio ambizioso piano per eliminare Mussolini e attaccare i Tedeschi. Paragonò Vittorio Emanuele III al suo antenato del XVIII secolo Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, che aveva cessato l'alleanza coi Francesi passando a quella con gli Imperiali, salvando la Dinastia. Ora Grandi, come un novello Pietro Micca, si proponeva nel medesimo ruolo di salvatore, dando il fuoco alle polveri. Il Re si considerava un monarca costituzionale: si sarebbe mosso solo dopo un voto del Parlamento o del Gran Consiglio del Fascismo per deporre Mussolini[3]. In ogni caso, avversava qualsiasi mossa improvvisa che, ai suoi occhi, appariva equivalente a un tradimento. Alla fine dell'udienza, egli chiese a Grandi di accelerare la sua azione attivando il Parlamento e il Gran Consiglio, concludendo con le parole: «Si fidi del suo Re». A Grandi apparve chiara la consapevolezza del Re sulla situazione in atto, anche se permaneva ancora nel sovrano quella perniciosa tendenza a procrastinare gli eventi. Grandi tornò quindi nella sua città natale, Bologna, attendendo che la situazione evolvesse.

Contemporaneamente, il 19 giugno 1943, si tenne l'ultima riunione di Gabinetto dell'epoca fascista. In quell'occasione, il ministro delle Comunicazioni, senatore Vittorio Cini, uno dei più potenti industriali italiani, attaccò frontalmente Mussolini, dicendogli che era ormai tempo di cercare una via d'uscita alla guerra. Dopo la riunione, Cini si dimise. Era uno dei tanti segni che il carisma del Duce era evaporato anche nel suo entourage. Quotidianamente, persone devote a Mussolini, agenti dell'OVRA e i Tedeschi, gli andavano rivelando che diversi intrighi erano in corso per estrometterlo, ma lui non reagiva mai, replicando a ciascuno di loro che leggevano troppi romanzi criminali o che erano affetti da manie di persecuzione.

Il 24 giugno Mussolini diede l'ultimo importante discorso come primo ministro. Passò alla Storia come il "discorso del bagnasciuga", nel quale promise che la sola parte d'Italia che gli Anglo-Americani sarebbero stati capaci di occupare (ma sempre e orizzontalmente, cioè come cadaveri) era la battigia, sbagliando parzialmente il termine corretto per definirla. Per molti italiani, questa confusa, incoerente e pasticciata allocuzione era la prova finale che ormai c'era qualcosa di sbagliato in Mussolini.

Lo sbarco in Sicilia accelera la crisi del Regimemodifica | modifica wikitesto

La notte del 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono in Sicilia: sebbene ampiamente attesi, dopo un'iniziale resistenza le Forze Italiane furono travolte e in diversi casi, come ad Augusta - la roccaforte più fortificata dell'isola - esse si arresero senza combattere. Nei primi giorni, sembrava che gli Italiani potessero difendere l'isola, ma ben presto divenne chiaro che la Sicilia sarebbe stata persa. Il 16 luglio, Bastianini andò a Palazzo Venezia, sede del Governo, per mostrare a Mussolini un telegramma da mandare a Hitler, dove egli rimproverava i tedeschi per non aver mandato rinforzi. Ricevuta l'approvazione del Duce, il sottosegretario chiese l'autorizzazione a stabilire contatti con gli Alleati. Mussolini fu d'accordo, a condizione di non esser personalmente coinvolto. L'emissario segreto era il banchiere del Vaticano Giovanni Fummi, che si supponeva avrebbe raggiunto Londra via Madrid o Lisbona. La sera stessa, Bastianini oltrepassò il Tevere, incontrando il cardinale Luigi Maglione, Segretario di Stato Vaticano, che ricevette un documento che illustrava la posizione italiana circa una possibile uscita unilaterale dalla guerra mondiale.

Dall'interno del Fascismo, dopo la caduta di Tunisi e la resa di Pantelleria, fu chiaro a molti che la guerra era stata perduta. L'entrata Alleata in Sicilia e l'assoluta mancanza di resistenza scioccarono i Fascisti, che si domandavano perchè Mussolini non facesse nulla. Molti di loro guardavano al Re, e altri si volgevano a Mussolini. Il grande problema era trovare un istituzione adatta per l'azione politica. Quattro erano i consessi: il Partito, la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, il Senato e il Gran Consiglio. Solo gli ultimi due sembravano adatti: il Senato, perchè c'erano ancora membri antifascisti o nominati prima della dittatura; il Gran Consiglio, per la presenza di diversi membri ora contrari a Mussolini. Il 22 luglio, una mozione di 61 senatori che chiedeva di convocare il Senato fu bloccata da Mussolini, e solo il Duce aveva il potere di indire una riunione del Gran Consiglio e determinarne gli argomenti da discutere. In quei giorni, il solo gerarca (ad eccezione di Roberto Farinacci, che partiva da premesse opposte) con un chiaro piano per uscire dall'impasse fu Dino Grandi. La sua idea era di deporre Mussolini, lasciare al Re il compito di formare un Governo senza fascisti, e contemporaneamente attaccare l'Esercito tedesco in Italia. Solo così si sarebbe potuto sperare di mitigare le dure condizioni decise dagli Alleati a Casablanca per i nemici. Più tardi, il nuovo segretario del Partito, Carlo Scorza, sviluppò un proprio piano. Come Farinacci, anch'egli concordava che la soluzione stava nell'"imbalsamazione" politica di Mussolini e nella guerra totale ma, mentre Farinacci agiva in stretta collaborazione coi Tedeschi, Scorza credeva che il potere potesse essere assunto direttamente dal Partito, il quale era stato screditato nei pochi anni precedenti. Il 13 e il 16 luglio diversi fascisti guidati da Farinacci si incontrarono nella sede principale del Partito in Piazza Colonna, e decisero di andare da Mussolini a Palazzo Venezia per chiedergli di convocare la riunione del Gran Consiglio. Alla fine dell'incontro, Mussolini sorprendentemente acconsentì a riunire la Suprema Assemblea del Fascismo. Come detto, mentre il gruppo di Farinacci e Scorza propendeva per la soluzione totalitaria a fianco della Germania, gli altri optavano per ricondurre i poteri di guerra al Re. Ma Farinacci era isolato, mentre nessuno dei gerarchi moderati disponeva di sufficiente forza politica per condurre l'operazione in porto.

Il 15 luglio il Re incontrò Badoglio, che nel frattempo andava dicendo agli amici che avrebbe organizzato un putsch con o senza il sovrano - e lo informò che lo avrebbe nominato nuovo capo di Governo. Vittorio Emanuele gli spiegò che era totalmente contrario a un governo politico, e che in questa fase non avrebbe cercato un armistizio.

L'incontro di Feltremodifica | modifica wikitesto

Una settimana prima della riunione del Gran Consiglio, e due giorni prima dell'incontro detto di Feltre (ma tenutosi in realtà a San Fermo, frazione di Belluno) fra Mussolini e Hitler, Heinrich Himmler riceveva un'informativa che anticipava le manovre in corso per deporre il Duce e sostituirlo con Pietro Badoglio[4]. Il documento fa ripetuto riferimento al re Vittorio Emanuele III ed alla massoneria.

Il crollo dell'esercito in Sicilia in pochi giorni e l'incapacità di resistere resero chiaro che l'invasione del territorio italiano sarebbe stata inevitabile senza un massiccio aiuto tedesco. Mussolini scrisse a Hitler per chiedergli un incontro dove poter discutere dell'allarmante situazione bellica italiana, ma la lettera non fu mai recapitata; il Fuhrer, che riceveva quotidianamente dettagliate informazioni e dossier dal suo Ambasciatore in Vaticano e agente di Himmler, Eugen Dollmann, ed era preoccupato sia dell'apatia del Duce che della cogente catastrofe militare in Italia, chiese egli stesso di incontrarlo il prima possibile.

Una settimana prima della riunione del Gran Consiglio, e due giorni prima dell'incontro di Feltre - ma tenutosi in realtà a San Fermo, frazione di Belluno - Heinrich Himmler ricevette un'informativa che anticipava le manovre in corso per deporre il Duce e sostituirlo con Pietro Badoglio[5].

L'incontro fra i due tiranni si svolse il 19 luglio nella villa del senatore Achille Gaggia. Lì Mussolini, Bastianini e Ambrosio si incontrarono con Hitler e i generali dell'OKW per discutere la situazione e le possibili contromisure. La delegazione tedesca era piena di generali, ma erano assenti Goering e von Ribbentropp, segno che i tedeschi erano concentrati sugli aspetti militari della situazione in corso. Ambrosio si preparò per l'incontro meticolosamente e il giorno prima parlò chiaramente al Duce dicendogli che il suo dovere consisteva nell'uscire dal conflitto nei prossimi 15 giorni. I tedeschi, dal canto loro, avevano perduto fiducia negli italiani e volevano solamente occupare militarmente il prima possibile l'Italia settentrionale e centrale, lasciando l'Esercito italiano solo a difendere il Paese dagli Alleati. Per di più, essi proposero che il Comando Supremo dell'Asse nella Penisola fosse preso da un generale tedesco, possibilmente Erwin Rommel. Le prime due ore dell'incontro furono occupate dal consueto monologo di Hitler, che incolpava gli italiani per la loro fiacca performance militare e chiedendo di applicare misure draconiane: Mussolini fu perfino incapace di profferire parola. La riunione fu improvvisamente interrotta quando un consigliere italiano entrò nella sala e raccontò a Mussolini che in quel momento gli Alleati stavano per la prima volta pesantemente bombardando la capitale, Roma.

Durante la pausa per il pranzo, Ambrosio e Bastianini pressarono il Duce di dire al Führer che una soluzione politica alla guerra era necessaria, ma Mussolini replicò che per mesi era stato tormentato dai dubbi circa l'abbandono dell'alleanza con la Germania o la continuazione della guerra: in realtà, provava soggezione in presenza del cancelliere tedesco e, non potendo superare il proprio senso di inferiorità, non ebbe il coraggio di parlare francamente con Hitler di persona. Dopo il pranzo Mussolini interruppe l'incontro, che avrebbe dovuto durare tre giorni, perchè non riusciva più a trovare le forze - fisiche e psichiche - per proseguire i colloqui. Le delegazioni tornarono a Belluno via treno e, dopo aver salutato Hitler, Mussolini tornò a Roma nel pomeriggio guidando il suo aereo personale: dall'aria egli potette vedere i quartieri orientali di Roma che ancora bruciavano.

I due complotti parallelimodifica | modifica wikitesto

Lo stesso giorno, Grandi decise di passare all'azione, con le strade e le ferrovie danneggiate dai bombardamenti, lasciò Bologna portando con sè la prima bozza del suo Ordine del Giorno, da presentare al Gran Consiglio. Raggiunse Roma solo il giorno dopo, e il mattino del 21 incontrò Scorza, che gli disse che Mussolini aveva deciso di convocare la seduta. Iniziava quel «gioco grosso» che Grandi vanamente andava cercando di realizzare finora.

Dopo il fallimento dell'incontro di Feltre e il primo bombardamento di Roma, la crisi ebbe un'accelerazione. Il giorno dopo, 20 luglio, Mussolini incontrò Ambrosio due volte: durante la seconda visita, di sera, il Duce gli disse che aveva deciso di scrivere a Hitler confessando la necessità dell'Italia di abbandonare l'alleanza con la Germania. Ancora furente per l'opportunità persa di fare ciò a Feltre, Ambrosio, indignato, gli offrì le proprie dimissioni, cosa che Mussolini rigettò. Per Ambrosio, Mussolini era diventato inutile dopo Feltre: decise di attuare il piano per realizzare il putsch.

Al contempo, Grandi e Luigi Federzoni, leader nazionalista e suo stretto alleato, fecero dei sondaggi per scoprire quanti tra i 27 membri del Gran Consiglio avrebbero votato il suo documento. Stimarono che 4 erano a favore, 7 contrari e 16 indecisi. Il problema di Grandi era che non poteva rivelare agli altri le concrete conseguenze dell'approvazione del suo OdG: la rimozione di Mussolini, la fine del Partito Fascista, e la guerra alla Germania. Solo un paio di gerarchi possedevano l'intelligenza politica per comprenderne la portata: gli altri ancora speravano che il loro Duce, che aveva deciso per loro negli ultimi 21 anni, ancora una volta avrebbe prodotto un miracolo. Di conseguenza, Grandi scrisse il proprio OdG in termini vaghi, lasciando ad ognuno la sua libera interpretazione. L'OdG era diviso in 3 parti: cominciava con un lungo messaggio retorico, che si appellava alla Nazione e alle Forze Armate, elogiandole per la loro resistenza agli invasori. La seconda parte chiedeva la restaurazione delle istituzioni e delle leggi pre-fasciste. La fine del documento era un appello al Re: egli avrebbe assunto i supremi poteri civili e di guerra, secondo l'Articolo 5 dello Statuto Albertino, ossia la Costituzione del Regno. Per Grandi l'approvazione del suo OdG era il grimaldello che il Re attendeva per agire. Il 21 luglio Mussolini ordinò a Scorza di convocare la seduta del Gran Consiglio per la sera di sabato 24[6]: Scorza mandò gli inviti il giorno dopo. Una postilla prescriveva l'abbigliamento richiesto: «Divisa fascista, sahariana nera, pantaloni corti grigioverdi: VINCERE». Nel tardo pomeriggio di quel giorno Grandi andò da Scorza e gli spiegò il suo OdG: sorprendentemente, il segretario di Partito disse che l'avrebbe sostenuto! Scorza chiese a Grandi una copia del documento, ma il mattino successivo avrebbe incontrato Mussolini e l'avrebbe mostrato. Il Duce disse che l'OdG di Grandi era inammissibile e codardo.

Successivamente, Scorza preparò un suo OdG, che sembrava simile a quello di Grandi, nel quale chiedeva la concentrazione del potere al Partito Fascista.

Il mattino del 22 luglio ebbe luogo il più importante incontro: quello tra il Re e Mussolini, che voleva riportargli l'esito dell'incontro di Feltre. Il contenuto della conversazione rimane sconosciuto, ma secondo Badoglio, è possibile che il Duce abbia placato le paure del Re, promettendogli di disimpegnare l'Italia dalla guerra a partire dal 15 settembre. I ben due mesi di dilazione andavano spiegati con il fatto che i sondaggi con gli Alleati, intrapresi dal Bastianini, avrebbero ingranato lentamente; dall'altro lato, Mussolini avrebbe avuto bisogno di più tempo per giustificare sé stesso e l'Italia davanti al mondo per il suo tradimento. Apparentemente, il Re concordava con lui: ciò spiegherebbe perché Mussolini non sembrò affatto preoccupato dell'esito della seduta del Gran Consiglio. Infatti, senza l'aiuto del Re, il colpo di stato militare era destinato a fallire. In ogni caso, al termine dell'udienza i due uomini uscirono confermati nelle loro opposte conclusioni: mentre Mussolini era convinto che il Re stava ancora dalla sua parte, Vittorio Emanuele era deluso che il Duce non si fosse dimesso. Il Re fu costretto a scegliere seriamente il putsch come opzione: sapeva dei tentativi di Bastianini con gli Alleati, mentre Farinacci, fascista della linea dura, andava organizzando un putsch per deporre lui e Mussolini con lo scopo di portare l'Italia sotto il diretto controllo tedesco. La decisione finale fu presa dopo aver saputo che il Gran Consiglio avrebbe approvato la mozione Grandi.

Alle 17.30 dello stesso giorno, Grandi andò a Palazzo Venezia; la ragione ufficiale era la presentazione a Mussolini di un nuovo libro. La durata programmata era di soli 15 minuti, ma l'incontro si protrasse fino alle 18.45; lì attendeva di essere ricevuto il Feldmaresciallo Albert Kesselring. Benché nel 1944, nelle sue Memorie, Mussolini negò che si fosse parlato dell'OdG Grandi, ciò rimane inattendibile: è più credibile che Grandi, che amava il Duce, gli avesse dato un'ultima possibilità di evitare l'umiliazione e di rassegnare le dimissioni, dimodoché il Gran Consiglio sarebbe stato superfluo. Mussolini ascoltava mentre Grandi gli spiegava la necessità di dimettersi per evitare la catastrofe, ma egli replicò che le sue conclusioni erano errate, avendo la Germania avviato la produzione di armi segrete che avrebbero ribaltato il corso del conflitto. Poi, Mussolini incontrò Kesselring e Chierici, il Capo della Polizia: a quest'ultimo confidò che sarebbe stato facile far fare retromarcia a Grandi, Bottai e Ciano, essendo impazienti di essere rassicurati da lui. Il mattino del 23 luglio Mussolini accettò le dimissioni di Cini: questo era un segnale diretto ai suoi oppositori.

Contemporaneamente, a casa di Federzoni, Grandi, Federzoni stesso, De Marsico, uno dei più insigni giuristi d'Italia, Bottai e Ciano modificarono l'OdG rimuovendo l'introduzione interpretativa che spiegava le funzioni del Gran Consiglio. Qui, dimostravano che l'assemblea aveva il potere legale di deporre Mussolini. Secondo i costituzionalisti, le Leggi fascistissime del 1925 avevano torso la Costituzione, ma non l'avevano obliata.

A causa di queste leggi, il Duce comandava sul Paese per conto del Re, che rimaneva sempre la fonte del potere esecutivo. Tenuto conto di ciò, se il Gran Consiglio, trait d'union tra il Fascismo e lo Stato, passava una mozione di sfiducia al dittatore, il Re era legittimamente titolato a rimuoverlo e a nominare un successore per un nuovo Governo. In quell'occasione, Ciano si informò dell'OdG Grandi da Bottai: Grandi rimaneva riluttante ad associarlo, conoscendo la ben nota superficialità e incostanza del genero di Mussolini; ma Ciano insistette, non sapendo che la sua decisione l'avrebbe portato sei mesi dopo a essere ucciso a Verona. Dopo ciò, Grandi incontrò nella sua sede al Parlamento Farinacci, mostrandogli il suo OdG: l'ospite gli disse che approvava la prima parte del documento, ma non concordava su tutto il resto. Per il fanatico Farinacci, i poteri di guerra dovevano essere trasferiti direttamente ai tedeschi, e l'Italia avrebbe dovuto iniziare a combattere duramente la guerra, disfandosi di Mussolini e dei generali. Alla fine anch'egli, come Scorza, chiese a Grandi una copia del suo OdG, e pure lui lo utilizzò per redigere un proprio OdG. Nel tempo rimasto prima della fatale riunione, Grandi contattò gli altri partecipanti chiedendo loro di unirsi nella sua azione.

Eventi del 24-25 luglio 1943modifica | modifica wikitesto

La notte del Gran Consigliomodifica | modifica wikitesto

Alle 17:00 del 24 luglio 1943 i 28 membri del Gran Consiglio del Fascismo si incontrarono attorno a un massiccio tavolo a forma di U nella stanza del pappagallo, a Palazzo Venezia. I consiglieri erano tutti in uniforme fascista con sahariana nera. Il posto di Mussolini era un'alta sedia, e il suo tavolo era decorato con un drappo rosso coi fasci. Per la prima volta nella storia del Gran Consiglio, non erano presenti le guardie del corpo di Mussolini - i Moschettieri del Duce - nè un distaccamento dei battaglioni "M" erano presenti nel massiccio palazzo del Rinascimento. Il segretario del partito fascista Carlo Scorza effettuò l'appello. Grandi richiese a Scorza la presenza di uno stenografo, ma Mussolini si oppose; ufficialmente[7], nessun verbale fu redatto[8].

Di sicuro, Mussolini iniziò a parlare per primo, riassunse la situazione bellica e poi trasse le sue conclusioni:

« Ora il problema si pone. Guerra o pace? Resa a discrezione o resistenza a oltranza?... Dichiaro nettamente che l'Inghilterra non fa la guerra al fascismo, ma all'Italia. L'Inghilterra vuole un secolo innanzi a sé, per assicurarsi i suoi cinque pasti. Vuole occupare l'Italia, tenerla occupata. E poi noi siamo legati ai patti. Pacta sunt servanda. »
(Mussolini al termine del discorso introduttivo nella seduta del Gran Consiglio)

Poi Grandi illustrò il suo ordine del giorno con il quale chiedeva in sostanza il ripristino "di tutte le funzioni statali" e invitava il Duce a restituire il comando delle forze armate al Re. Presero la parola alcuni gerarchi, ma non per affrontare gli argomenti degli O.d.G., bensì per fare chiarimenti o precisazioni. Si attendeva un intervento incisivo del capo del governo. Mussolini, invece, affermò impassibile di non avere nessuna intenzione di rinunciare al comando militare. Si avviò il dibattito che si protrasse fino alle undici di sera. Grandi diede un saggio delle sue grandi capacità oratorie: dissimulando abilmente lo scopo reale del suo O.d.G., si produsse in un elogio sia di Mussolini sia del Re.

Anche lo stesso Ciano prese parola per difendere l'O.d.G. contestando le parole di Mussolini:

« Pacta sunt servanda? Si, certamente: però, quando vi sia un minimo di lealtà anche dall'altra parte. Ed invece, noi italiani abbiam sempre osservato i patti, i tedeschi mai. Insomma, la nostra lealtà non fu mai contraccambiata. Noi non saremmo, in ogni caso, dei traditori ma dei traditi. »
(Galeazzo Ciano in difesa dell'O.d.G.)

A questo punto anche Roberto Farinacci presentò un analogo Ordine del giorno. Successivamente Carlo Scorza diede lettura di due missive indirizzate a Mussolini in cui il segretario del partito chiedeva al Duce di lasciare la direzione dei ministeri militari. I presenti rimasero molto colpiti, sia dal contenuto, sia dal fatto stesso che Mussolini avesse autorizzato Scorza a leggerle in quella sede. Quando si era arrivati ben oltre le undici di sera, la seduta venne sospesa momentaneamente e Grandi ne approfittò per raccogliere firme a favore dell'O.d.G.. Alla ripresa anche Bottai si espresse a favore dell'O.d.G. Grandi. Poi prese la parola Carlo Scorza, che invece invitò i consiglieri a non votarlo e presentò un proprio O.d.G. a favore di Mussolini.

Alcuni presenti valutarono nell'O.d.G. Grandi solamente il fatto che Mussolini veniva "sgravato dalle responsabilità militari" e, al contempo, la monarchia veniva chiamata all'azione, "traendola dall'imboscamento" (come dirà a posteriori Tullio Cianetti). Non si rendevano conto di quali enormi conseguenze avrebbe avuto un loro eventuale voto favorevole sull'assetto del regime. Alla fine del dibattito, i consiglieri si aspettavano un cenno di Mussolini.

Di solito egli riassumeva la discussione e i presenti si limitavano a prendere atto di quello che aveva detto. In quest'occasione, invece il Capo del governo non espresse alcun parere e, adottando un atteggiamento passivo, decise di passare subito alla votazione degli O.d.G. Inoltre, anziché cominciare da quello di Scorza, fece iniziare da quello di Grandi. Questa decisione di "disimpegno" fu fondamentale ed impresse una svolta decisiva all'esito della riunione.

Ordine del giorno Grandi

Il Gran Consiglio del Fascismo

riunendosi in queste ore di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti di ogni arma che, fianco a fianco con la gente di Sicilia in cui più risplende l'univoca fede del popolo italiano, rinnovando le nobili tradizioni di strenuo valore e d'indomito spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate, esaminata la situazione interna e internazionale e la condotta politica e militare della guerra

proclama

il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l'unità, l'indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l'avvenire del popolo italiano;

afferma

la necessità dell'unione morale e materiale di tutti gli italiani in questa ora grave e decisiva per i destini della Nazione;

dichiara

che a tale scopo è necessario l'immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali;

invita

il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l'onore e la salvezza della Patria assumere con l'effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare, dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia.[9]

La votazionemodifica | modifica wikitesto

I 28 componenti del Gran Consiglio furono chiamati a votare per appello nominale. La votazione sull'ordine del giorno Grandi si concluse con:

Dopo l'approvazione dell'O.d.G. Grandi, Mussolini ritenne inutile porre in votazione le altre mozioni e tolse la seduta. Alle 2,40 del 25 luglio i presenti lasciarono la sala.

L'arresto di Mussolinimodifica | modifica wikitesto

L'indomani, domenica 25 luglio, Mussolini si recò a Villa Savoia, residenza reale all'interno del grande parco che oggi è Villa Ada (all'epoca residenza privata del sovrano), per un colloquio con il Re, che aveva fatto sapere che lo avrebbe ricevuto alle 17; vi si recò accompagnato dal segretario De Cesare, con sotto braccio una cartella che conteneva l'ordine del giorno Grandi, varie carte, e la legge di istituzione del Gran Consiglio, secondo cui l'organismo aveva solo carattere consultivo.[10]

Il Re gli comunicò la sua sostituzione da presidente del consiglio con il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio e infine lo fece arrestare all'uscita di Villa Savoia.

Il capitano dei carabinieri Paolo Vigneri fu incaricato di eseguire l'arresto. Venne convocato telefonicamente con il collega capitano Raffaele Aversa intorno alle ore 14:00 del 25 luglio dal tenente colonnello Giovanni Frignani, il quale espose loro le modalità di esecuzione dell'ordine di arresto spiccato nei confronti del Duce. Vigneri ricevette termini drastici per la consegna ad ogni costo del catturando e si avvalse, per portare a termine la missione, oltre che di Aversa di tre sottufficiali dei Carabinieri (Bertuzzi, Gianfriglia e Zenon), i quali in caso di necessità erano autorizzati a usare le armi.

I cinque carabinieri si recarono presso la villa e rimasero in attesa, fuori dall'edificio. Verso le 17:20 Mussolini, accompagnato da De Cesare, uscì dalla villa e fu affrontato da Vigneri, che in nome del Re gli chiese di seguirlo per «sottrarlo ad eventuali violenze della folla». Ricevuto un diniego, Vigneri prese per un braccio Mussolini ed eseguì l'arresto caricandolo su un'ambulanza militare, mezzo che era già sul luogo e che era stato scelto per non destare sospetti sul pianificato arresto dell'ex capo del governo e del fascismo, oltre che per proteggerlo da una reazione popolare che avrebbe potuto porre in pericolo la sua vita.

Mussolini fu quindi nascosto e tenuto prigioniero presso la caserma della Scuola allievi carabinieri di Roma.[11]

Per tutta la giornata venne mantenuto uno strettissimo riserbo su quanto accaduto. Solo alle 22,45 fu data la notizia della sostituzione del capo del governo. La radio interruppe le trasmissioni per diffondere il seguente comunicato:[12]

« Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato di Sua Eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini, ed ha nominato Capo del Governo, Primo ministro, Segretario di Stato, il Cavaliere, Maresciallo d'Italia, Pietro Badoglio. »

Al comunicato seguì la lettura di due proclami del re e di Badoglio: quest'ultimo, per non destare sospetti nei confronti dei tedeschi, finiva con queste parole:[13]

« […] La guerra continua. L'Italia duramente colpita nelle sue Provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni […] »

Le conseguenzemodifica | modifica wikitesto

Badoglio è nominato nuovo Capo del Governomodifica | modifica wikitesto

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Governo Badoglio I.

L'indomani (lunedì 26 luglio) la notizia aprì le prime pagine dei quotidiani. Tutti la pubblicarono con caratteri cubitali. Nessun giornale, però, sapeva che cosa ne era stato di Mussolini. L'intera giornata del 26 trascorse senza avvenimenti di rilievo. Solo la mattina del 27, martedì, la stampa diede notizia che il Gran Consiglio, nella notte tra il 24 e il 25, aveva votato l'ordine del giorno di Dino Grandi con la conseguente assunzione dei poteri da parte del Re[14].

Badoglio instaurò un governo tipicamente militare. Dietro suo ordine il 26 luglio il capo di stato maggiore, gen. Mario Roatta diramava una circolare telegrafica alle forze dell'ordine ed ai distaccamenti militari la quale disponeva che chiunque, anche isolatamente, avesse compiuto atti di violenza o ribellione contro le forze armate e di polizia, o avesse proferito insulti contro le stesse e le istituzioni sarebbe stato passato immediatamente per le armi. La circolare ordinava inoltre che ogni militare impiegato in servizio di ordine pubblico che avesse compiuto il minimo gesto di solidarietà con i perturbatori dell'ordine, o avesse disobbedito agli ordini, o avesse anche minimamente vilipeso i superiori o le istituzioni sarebbe stato immediatamente fucilato. Gli assembramenti di più di tre persone andavano parimenti dispersi facendo ricorso alle armi e senza intimazioni preventive o preavvisi di alcun genere.

I tumulti e l'armistizio di Cassibilemodifica | modifica wikitesto

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Armistizio di Cassibile.
Una targa degli anni venti in cui sono stati cancellati i simboli e i riferimenti al fascismo (Vinci)

Il 28 luglio a Reggio Emilia i soldati spararono sugli operai delle officine Reggiane facendo 9 morti. Nello stesso giorno a Bari si contarono 9 morti e 40 feriti. In totale nei soli 5 giorni seguenti al 25 luglio i morti in seguito ad interventi di polizia ed esercito furono 83, i feriti 308, gli arrestati 1.500[15]. Nei giorni seguenti il nuovo esecutivo iniziò a prendere contatti con gli alleati per trattare la resa. Poche settimane dopo, il 3 settembre, il governo Badoglio firmò con gli Alleati l'armistizio di Cassibile, che venne reso noto l'8 settembre 1943 dallo stesso Badoglio.

La RSI e la fuga di Mussolinimodifica | modifica wikitesto

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Operazione Quercia e Repubblica Sociale Italiana.

Costituita la Repubblica Sociale Italiana il 28 settembre 1943 ad opera di Mussolini liberato dai paracadutisti tedeschi del Fallschirmjäger-Lehrbataillon («Operazione Quercia»), i membri del Gran Consiglio che avevano votato a favore dell'ordine del giorno Grandi furono condannati a morte come traditori nel processo di Verona, tenutosi dall'8 al 10 gennaio 1944; Cianetti, grazie alla sua ritrattazione, scampò alla pena capitale e venne condannato a 30 anni di reclusione. Tuttavia i fascisti repubblichini riuscirono ad arrestare solo 5 dei condannati a morte (Ciano, De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi) che furono giustiziati mediante fucilazione l'11 gennaio 1944.

Il presunto verbale manoscritto della sedutamodifica | modifica wikitesto

Nel 2013 è stato rinvenuto dal documentarista storico Fabio Toncelli, nel corso delle riprese per il suo Mussolini 25 luglio 1943: la caduta trasmesso poi dalla Rai, un presunto verbale (manoscritto) della seduta (a margine si riporta che sarebbe stato trascritto in un "registro segreto della Corte dei Conti il 4 agosto" successivo ma non è dato di capire se e chi lo abbia materialmente redatto). In esso vi si descrive un "clima incandescente, con aspri scontri verbali" (addirittura si riporta di un gerarca che estrae la pistola). Di questa descrizione della seduta aveva già ricevuto notizia lo storico Renzo De Felice, che l'aveva riportata in una nota del suo volume "Mussolini: l'alleato" senza però riuscire a trovare ulteriori documenti a conferma.

Nel 2013 Toncelli è riuscito ad entrare in possesso di alcune pagine del presunto verbale perduto che confermano la ricostruzione. Però lo stesso Toncelli, che ha mostrato per la prima volta davanti alla telecamera il documento, ad un esame più attento, ha messo in evidenza un dettaglio errato: la data di redazione risulta essere quella del 25 luglio 1943 - XXII, cioè "XXII anno dell'era fascista". Questa, però, decorre dal 28 ottobre di ogni anno, anniversario della marcia su Roma del 1922: ne comporta che il 25 luglio 1943 era ancora parte del XXI anno dell'era fascista, non del XXII, pertanto la sua autenticità è tuttora oggetto di valutazione da parte degli storici.[16]

Notemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ Gli ordini del giorno erano a firma di (1) Grandi; (2) Farinacci; (3) Scorza. Dopo che il documento fu accolto, Mussolini dispose di non mettere ai voti gli altri due.
  2. ^ Internal Situation in Italy. Memorandum by the Secretary of State for Foreign Affairs, NAK, CAB/66/36/26
  3. ^ a b Renzo De Felice, Mussolini l'alleato, vol. I, tomo II, Einaudi, 1990, p. 1236.
  4. ^ Mimmo Franzinelli, Guerra di SPie, Mondadori, 2004 - ed. collana "Oscar", ISBN 88-04-55973-X, pag. 293
  5. ^ Mimmo Franzinelli, Guerra di Spie, Mondadori, 2004, collana "Oscar", Mondadori ISBN 88-04-55973-X, pag. 293
  6. ^ Mussolini disse: «Ebbene, convocherò il Gran Consiglio. Si dirà in campo nemico che si è radunato per discutere la capitolazione. Ma l'adunerò»
  7. ^ Le citazioni che seguono provengono da un resoconto che venne scritto il mattino seguente a casa di Federzoni dallo stesso Federzoni insieme a Bottai, Bastianini e Bignardi, i quali si basarono sulle note prese durante la seduta. Cfr. Dino Grandi, Il 25 Luglio 40 anni dopo, Il Mulino, Bologna, 1983, p. 249.
  8. ^ Così sostiene Dino Grandi, Il 25 Luglio 40 anni dopo, Il Mulino, Bologna, 1983, p. 249.
  9. ^ Paolo Nello, 1993. Un fedele disubbidiente : Dino Grandi da Palazzo Chigi al 25 luglio , Il Mulino, 1993.
  10. ^ Benito Mussolini, Storia di un anno, Milano 1944.
  11. ^ Da informastoria.blogspot.it Assolta l'ambulanza - Mussolini prigioniero anomalo, 11 ottobre 2012.
  12. ^ Bianchi (1963), p. 704.
  13. ^ Bianchi (1963), p. 705.
  14. ^ Uno dei primi provvedimenti del Re fu la soppressione del Gran Consiglio stesso, con il RDL 2 agosto 1943, n° 706.
  15. ^ Gianni Palitta, Cronologia Universale, Ed. Gulliver, 1996, p. 731.
  16. ^ RAI, "La Grande Storia", puntata del 19/7/2013 - "Il Fascismo: le rovine e la caduta", di Fabio Toncelli, prodotto dalla SD Cinematografica.

Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

  • Paolo Monelli, Roma 1943, Roma, Migliaresi Editore, I ed. 1945. - II ed. riveduta e accresciuta 1945; III ed. riveduta 1946; IV-V ed. riveduta, 1946; Mondadori, Milano, 1948; Collana Il mondo nuovo n.66, Longanesi, Milano, 1963; introduzione di Luigi Barzini, Collana Oscar n.971, Mondadori, Milano, I ed. 1979; prefazione di Lucio Villari, Collana Einaudi Tascabili.Saggi n.159, Einaudi, Torino, 1993; nuova prefazione di Lucio Villari, Collana ET Saggi, Einaudi, Torino, 2012, ISBN 978-88-06-21150-9.
  • Eugen Dollmann, Roma nazista, traduzione di I. Zingarelli, Milano, Longanesi, 1949-1951. - prefazione di Silvio Bertoldi, Collana SuperBur Saggi, BUR, Milano, 2002.
  • Eugen Dollmann, La calda estate del 1943, Collana Il salotto di Clio, Firenze, Le Lettere, 2012, ISBN 978-88-6087-369-9.
  • Frederick William Deakin, Storia della repubblica di Salò (The Brutal Friendship), Biblioteca di cultura storica n.76, Torino, Einaudi, 1963-1968, pp. 826. . 2 voll., Collana Gli struzzi n.10, Einaudi, Torino, 1970; riedito col titolo originale, La brutale amicizia. Mussolini, Hitler e la caduta del fascismo, Collana Einaudi Tascabili n.26, Einaudi, Torino, 1990, ISBN 978-88-06-11786-3.
  • Gianfranco Bianchi, 25 Luglio: crollo di un regime, Milano, Mursia, 1963.
  • Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Bari, Laterza, 1969.
  • Dino Grandi, 25 luglio. Quarant'anni dopo, a cura di Renzo De Felice, introd. di R. De Felice, Bologna, Il Mulino, 1983, ISBN 978-88-150-0331-7. - Premessa di Giuseppe Parlato, Collana Storia/Memoria, Il Mulino, 2003, ISBN 978-88-150-9392-9.
  • Silvio Bertoldi, Colpo di Stato. 25 luglio 1943: il ribaltone del fascismo, Milano, Rizzoli, 1996, pp. 299.
  • Giaime Pintor, L'ora del riscatto. 25 luglio 1943, Collana Etcetera, Roma, Castelvecchi, 2013, ISBN 978-88-7615-962-6.

Voci correlatemodifica | modifica wikitesto

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