Diritto di cronaca

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Giornalismo









Il diritto di cronaca, o diritto d'informare, consiste nel diritto a pubblicare tutto ciò che è collegato a fatti e avvenimenti di interesse pubblico o che accadono in pubblico.
Il diritto di cronaca è incluso nell'ordinamento italiano tra le libertà di manifestazione del pensiero.

Fonti normativemodifica | modifica wikitesto

La funzione della cronaca è raccogliere le informazioni di pubblico interesse per poi diffonderle alla collettività. Le norme sul diritto di cronaca si applicano a chiunque (anche non iscritto all'albo dei giornalisti) descriva un avvenimento, o un evento di pubblico interesse, attraverso qualsiasi mezzo di diffusione.

Costituzione

La linea di demarcazione che separa il diritto di ciascuno a manifestare il proprio pensiero (riconosciuto dalla Costituzione italiana, art 21, e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, art 19) ed il reato di diffamazione è labile ed è stata soggetta nel tempo a numerose interpretazioni. Da una parte, il regime di circolazione "controllata" dei dati personali non deve costituire un ostacolo alla garanzia della libertà di stampa; dall'altra, la libertà di manifestazione del pensiero non deve travalicare in libertà di diffamazione.

Codice penale

Gli artt. 50-54 del Codice penale italiano inseriscono il diritto di cronaca tra le cause di esclusione dell'imputabilità (ne fanno parte anche il diritto di critica politica e il diritto di satira).
Non costituiscono invece cause di non punibilità i seguenti comportamenti delittuosi[1]:

  • diffondere notizie «false, esagerate o tendenziose» (art. 656 C.P.);
  • diffondere le deliberazioni delle indagini giudiziarie nonché gli atti procedurali (artt. 114, 115 e 329 C.P.);
  • diffondere le generalità dei minorenni coinvolti in un processo (art. 114 C. di procedura penale).

In altri casi il giornalista è vincolato alle stesse norme che riguardano qualsiasi cittadino. Ad esempio[2]:

  • è reato procacciarsi notizie che concernono segreti di Stato (art. 256 C.P.) o di cui è vietata la divulgazione (art. 262 C.P.);
  • è reato procurarsi indebitamente notizie e immagini attinenti alla vita privata (artt. 617 e 617 bis C.P.);
  • si configura il reato di diffamazione se una persona comunica a più persone qualcosa riguardante un'altra persona che offende la sua reputazione, a prescindere dalla verità del fatto raccontato (artt. 595, 596 e 596 bis C.P.)[3].

Un caso a parte riguarda il segreto professionale, secondo il quale i giornalisti hanno il diritto di non rivelare i nomi delle persone «dalle quali hanno avuto notizie di carattere fiduciario». Ma, diversamente dagli avvocati, dai medici e dai ministri del culto, il magistrato può ordinare loro di indicare la fonte se ciò è indispensabile ai fini della prova[2].

Legge ordinaria e carte deontologiche

Il diritto di cronaca non è stato previsto in alcuna norma specifica dell'ordinamento italiano[4]. Tuttavia, esso può essere desunto dall'art. 2 della legge n. 69/1963 («Ordinamento della professione di giornalista»):

« È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d'informazione e di critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e della buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte e riparati gli eventuali errori. »

L'art. 48 della suddetta legge dispone il procedimento disciplinare per gli iscritti all'Albo che si rendano colpevoli di fatti non conformi al decoro o alla dignità professionale, o di fatti che compromettano la propria reputazione o il buon nome dell'Ordine dei giornalisti.

Negli anni successivi la categoria dei giornalisti si è sempre opposta alla limitazione dell'esercizio del diritto di cronaca[5], ritardando così la stesura di un codice dentologico, che ha visto la luce solamente nel 1993.

La Carta dei doveri del giornalista (1993) riordina ed elenca i criteri fondamentali circa la divulgazione delle notizie. Essi sono:

  1. Tutela della personalità altrui ("responsabilità del giornalista");
  2. Obbligo a rettificare notizie inesatte e a riparare eventuali errori (già presente nell'ordinamento: art. 8 l. 47 del 1948, nota come Legge sulla stampa)[6];
  3. Obbligo inderogabile del rispetto della verità sostanziale dei fatti;
  4. Presunzione d'innocenza nelle inchieste sui reati penali;
  5. Rispetto del segreto professionale sulle fonti delle notizie.
  6. Netta distinzione tra informazione e pubblicità;
  7. Tutela dei minori e dei soggetti deboli.

La legge del 31 dicembre 1996, n. 675 (cosiddetta legge sulla privacy) ha prodotto importanti conseguenze in materia di diritto di cronaca. Il principio ispiratore della legge è quello secondo cui, insieme al diritto del giornalista d'informare, meriti un'adeguata tutela anche il diritto dei cittadini a una buona informazione. Si può formalmente parlare di obbligo d'informazione con riferimento a tutti i soggetti che esercitano un servizio dichiarato pubblico dalla legge perché inteso a favore della collettività. Ad esempio, l'attività radiotelevisiva ha sempre costituito un servizio di preminente interesse generale: infatti le leggi di disciplina del sistema radiotelevisivo attribuiscono all'attività d'informazione la massima importanza. Lo stesso discorso vale per la carta stampata, dato che molti quotidiani e periodici a diffusione nazionale assolvono ad una funzione informativa indispensabile. Argomento della legge è la riservatezza (delle persone fisiche e giuridiche) rispetto al trattamento dei dati personali. Da una parte vi è il giornalista, che rivendica il diritto ad informare; dall'altra vi sono i soggetti coinvolti, che vedono limitata la propria sfera di libertà personale. Affinché un diritto non limiti l'altro, la legge individua le rispettive sfere d'influenza. In particolare:

  • colui che effettua un'attività giornalistica (sporadica, non professionale o professionale) è tenuto a rendere nota la propria identità, professione e la finalità della raccolta dei dati, a meno che questo possa far correre rischi per la sua incolumità o vanificare l'esito del suo lavoro;
  • non è però tenuto a chiedere all'interessato il consenso al trattamento dei dati, né al Garante per la protezione dei dati personali l'autorizzazione per poter trattare i cosiddetti "dati sensibili". A patto che il trattamento dei dati sia effettuato “nell'esercizio della professione di giornalista e per l'esclusivo perseguimento delle relative finalità”;
  • per quanto attiene ai minori, invece, è prescritto il divieto assoluto di pubblicare nomi o dati che possano portare alla loro identificazione.
  • è prevista la redazione di un Codice deontologico sulla privacy, che regolamenta il trattamento dei dati personali nell'esercizio dell'attività giornalistica (il codice è entrato in vigore nell'agosto 1998);
  • la pubblicazione dei dati sui giornali (e su ogni altro mezzo d'informazione) dev'essere effettuata nel rispetto dei "limiti al diritto di cronaca" posti a tutela della riservatezza (in particolare, viene citato espressamente il principio di "essenzialità dell'informazione riguardo a fatti di interesse pubblico") e nel rispetto del codice di deontologia;
  • sono salvaguardate le norme relative al segreto professionale dei giornalisti professionisti, limitatamente alla fonte della notizia.

I cosiddetti limiti del diritto di cronaca, cui rinvia la legge sopra illustrata, sono stati individuati dalla giurisprudenza.

L'anno seguente l'emanazione della legge, il Parlamento e l'Autorità Garante per la protezione dei dati personali hanno ritenuto necessario apportare delle modifiche, che hanno riguardato due specifici aspetti: 1) il diritto di cronaca nei procedimenti penali: disapplicazione dell'art. 24, che prevedeva l'autorizzazione al trattamento dei dati solo tramite espressa disposizione di legge o provvedimento del Garante; 2) il trattamento dei “dati sensibili” (salute, orientamento politico, religioso, filosofico, vita sessuale): modifica dell'art. 25, che prevedeva in alcuni casi la richiesta del consenso dell'interessato.
La nuova formulazione è stata approvata con il d. lgs. n.171 del 6 aprile 1998.

Il decreto legislativo n. 196 del 2003Codice in materia di protezione dei dati personali», che ha abrogato e sostituito la legge n. 675/96) ha introdotto nuove norme a tutela della privacy e della riservatezza dei dati personali. Scopo del decreto è stato contemperare i diritti fondamentali della persona sia con il diritto dei cittadini alla piena informazione che con la libertà di stampa. La norma prescrive che, a tutela della privacy, l'interessato deve essere preventivamente informato, anche solo oralmente, tramite un’informativa che riporti il trattamento che verrà compiuto sui suoi dati nonché gli scopi dello stesso; naturalmente egli potrà opporsi oppure fornire il proprio consenso che, tuttavia, non è obbligatorio in casi che adempiono ad un obbligo di legge, come per esempio il diritto di cronaca.

Per quanto riguarda il campo sessuale o quello delle malattie, il Codice tutela in maniera rigida le persone comuni, ma non i personaggi famosi, ubbidendo a questa massima giurisprudenziale: “Chi ha scelto la notorietà come dimensione esistenziale del proprio agire, si presume abbia rinunciato a quella parte del proprio diritto alla riservatezza direttamente correlata alla sua dimensione pubblica” (Tribunale di Roma, 13 febbraio 1992, in Dir. Famiglia, 1994, I, 170, n. Dogliotti, Weiss). Si pensi al caso di artisti, campioni dello sport e personaggi collegabili ad eventi culturali.

Sentenze della Corte di Cassazionemodifica | modifica wikitesto

Fin dagli anni settanta la Corte di Cassazione è stata chiamata a contemperare la disciplina relativa alla riservatezza con la garanzia costituzionale della libertà di stampa e, più in generale con la libertà di manifestazione del pensiero. La giurisprudenza ha stabilito che i fatti da raccontare devono essere filtrati in base ad un limite coscienziale del giornalista, selezionando cioè gli avvenimenti il cui interesse possa essere condiviso dalla collettività.

Nel 1975 la suprema corte ha individuato i limiti ragionevoli che non deve oltrepassare chi produce notizie. Stabilendo una distinzione tra "personaggio pubblico" (sindaco, deputato, ministro) e "personaggio noto" (attore, cantante, sportivo, ecc.), spiega come vanno trattate le due tipologie: il "personaggio pubblico" ha una sfera di riservatezza ridotta. Egli non può sottrarsi ad una verifica (anche lesiva della reputazione) cronachistica e/o critica del suo operato. Ciò non vale per il "personaggio noto": il cronista è tenuto a scrivere solo quello che riguarda il suo ambito di notorietà. L'esigenza di una maggiore conoscenza della persona nota “non può identificarsi nella morbosa curiosità che parte del pubblico ha per le vicende piccanti o scandalose, svoltesi nell'intimità della casa della persona assurta a notorietà” [7].

Negli anni ottanta, la Corte di Cassazione ha fissato il punto di equilibrio tra la doverosa tutela del diritto di cronaca e l'altrettanto doverosa tutela della persona con due note sentenze: Cass. pen. 30/06/1984 (n. 8959) e Cass. civ. 18/10/1984 (n. 5259). Quest'ultima (detta anche “sentenza-decalogo”) afferma che l'esercizio della libertà di diffondere alla collettività notizie e commenti è legittimo, e quindi può anche prevalere sul diritto alla riservatezza, se concorrono le seguenti condizioni:

  • che la notizia pubblicata sia vera ("verità del fatto esposto");
  • che esista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti riferiti in relazione alla loro attualità ed utilità sociale ("rispondenza ad un interesse sociale all'informazione", ovvero requisito della pertinenza);
  • che l'informazione venga mantenuta nei giusti limiti della più serena obbiettività ("rispetto della riservatezza ed onorabilità altrui", ovvero "correttezza formale della notizia o della critica").

Se tutte queste condizioni vengono rispettate, una notizia può essere pubblicata anche se danneggia la reputazione di una persona[4].

Altre sentenze della Suprema Corte hanno affermato i seguenti principi generali:

  • «In tema di diffamazione a mezzo stampa, l'esercizio del diritto di critica presuppone una notizia che ad esso preesista (momento che attiene ancora al diritto di cronaca), con la conseguenza che sussiste l'obbligo dell'articolista di esercitare la propria critica esclusivamente su fatti del cui nucleo fondamentale ha verificato la corrispondenza al vero»[8];
  • L'interesse generale all'informazione sugli avvenimenti politici prevale sulla tutela della reputazione e legittima la critica di un fatto ancora da verificarsi, ma probabile, [se il giornalista si comporta] nell'interesse della collettività[9];
  • Anche «la persona non nota ha diritto al risarcimento del danno per violazione del diritto alla riservatezza, ma deve provare il pregiudizio subito»[10].

Notemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ Papuzzi, p. 289-90
  2. ^ a b Papuzzi, p. 290
  3. ^ L'articolo 595 viene applicato anche nei casi di diffamazione attraverso le reti sociali sul web, non esistendo in Italia una normativa specifica sulla diffamazione a mezzo internet.
  4. ^ a b Papuzzi, p. 289
  5. ^ Papuzzi, p. 287
  6. ^ L'articolo citato è consultabile nella seguente pagina
  7. ^ «È illecita la pubblicazione per fine di lucro di un servizio fotografico su aspetti intimi di persona nota, anche se la pubblicazione non rechi pregiudizio all'onore, alla reputazione o al decoro della persona stessa, in quanto tale pubblicazione non è giustificata da un effettivo interesse sociale all'informazione, corrispondente ad una sempre maggiore conoscenza della persona nota e che non può identificarsi nella morbosa curiosità che parte del pubblico ha per le vicende piccanti o scandalose svoltesi nella intimità della casa della persona assurta a notorietà». Cass. 27/5/1975, n. 2129, in Foro italiano, 1976, vol. I, p. 2895.
  8. ^ Cass. Sez. Quinta Penale n. 6548 del 1998.
  9. ^ Cass. Sez. Quinta penale n. 31037 del 9 agosto 2001.
  10. ^ Cassazione Sezione Lavoro n. 4366 del 25 marzo 2003 .

Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

  • P. Semeraro, L'esercizio di un diritto, Milano, 2009.
  • Alberto Papuzzi, Professione giornalista. Le tecniche, i media, le regole, Roma, Donzelli, 2010.

Voci correlatemodifica | modifica wikitesto

Collegamenti esternimodifica | modifica wikitesto