Max Herz Pascià

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Max Herz (Ottlaka, 19 maggio 1856Zurigo, 5 maggio 1919) è stato un architetto e storico dell'arte ungherese, conservatore e direttore di museo, attivo in Egitto.

Max Herz, il cui nome originale ungherese era Herz Miksa), nacque in una cittadina ungherese che oggi si trova in Romania e che ha mutato il suo nome in Grăniceri.

Biografiamodifica | modifica wikitesto

Max Herz nel 1897 a Stresa

Max Herz nacque in una famiglia di mezzi economici limitati. Suo padre era un agricoltore. Max Herz finì i suoi studi elementari e medi a Temesvár (oggi Timişoara, Romania). Studiò architettura sotto Alajos Hauszmann a Budapest (Università Tecnica; 1874-1877) e sotto Henrich von Ferstel e Carl König a Vienna (Università Tecnica; 1877-1880).[1] Dopo il suo esame finale, intraprese un lungo viaggio in Italia, e poi in Egitto nell'autunno del 1880. Pressoché inatteso, Julius Franz Pascià, capo dell'Ufficio Tecnico del Ministero del Waqf (ossia degli Affari Religiosi) offrì un lavoro a Herz al Cairo. Egli accettò e assunse l'incarico, che prevedeva anche la responsabilità della conservazione delle moschee. Come architetto-capo del Comité de Conservation des Monuments de l'Art Arabe, sovrintese alla conservazione dei monumenti dell'architettura arabo-islamica e copta in tutto l'Egitto, innanzi tutto quelli del Cairo, dal 1890 fino al termine del 1914.

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, alla fine del 1914, Herz, un cittadino ungherese, fu costretto ad andare in pensione e a subire l'espulsione dal Paese come uno straniero nemico da parte delle autorità britanniche; malgrado ufficialmente fosse una provincia autonoma dell'Impero ottomano che godeva di diritti speciali, l'Egitto era stato sotto il giogo britannico dal 1882, in conseguenza della fallita insurrezione patriottica di Aḥmad ʿOrābī. Abbandonando alle spalle ogni suo avere, si recò a Milano con la sua famiglia, dove vivevano i parenti della moglie italiana. L'Italia poco dopo (24 maggio 1915) cessò di essere Paese neutrale, condizione per poter ricevere la pensione guadagnatasi in Egitto, cosicché Herz si trasferì in Svizzera, a Zurigo.

Il mondo nel quale era vissuto fino ad allora collassò e, quel che per lui era peggio, suo figlio diciassettenne era morto improvvisamente nell'autunno del 1914: dolore dal quale Max Herz non si riprese mai del tutto. L'uomo, che si era sempre mostrato in precedenza ricco di ottimismo, gradatamente mutò carattere e in breve sviluppò una malattia gastrica alla quale non erano certi estranei i sentimenti di drammatica afflizione che pativa, e morì nel corso di un'operazione chirurgica per risolvere i suoi mali. Ubbidendo alle sue stesse precise volontà, egli fu sepolto nella tomba che egli stesso aveva progetto per il figlio nel Cimitero monumentale di Milano.
Quando la moglie morì nel 1949, anch'ella volle farsi seppellire accanto a loro.[2]

Attivitàmodifica | modifica wikitesto

Conservazione di monumentimodifica | modifica wikitesto

Nel XIX secolo, lo stato di conservazione dei monumenti arabo-islamici in Egitto si era gravemente e rapidamente deteriorato. Per contrastare questo degrado, il Khedivè Tawfīq aveva fondato nel 1881 il Comité de Conservation des Monuments de l'Art Arabe. Di esso Max Herz assunse la guida, succedendo a Julius Franz Pascià, andato a riposo nel 1887 e dal 1890 occupò anche il posto di Architetto Capo, creato espressamente per lui.[3] Il Presidente del Comité era ex officio il ministro egiziano del Waqf ma la reale direzione degli affari era affidata all'Architetto Capo. Le decisioni erano prese collettivamente nel corso delle riunioni del Comité, composte in parte da egiziani e in parte da esperti europei. Tuttavia, sulla scorta della qualificazione, esperienza, attaccamento al lavoro, capacità di lavoro e non da ultimo della sua posizione, Herz svolse un ruolo decisivo nel Comité, che subito estese la sfera delle proprie attività anche ai monumenti dell'arte copta (la conservazione dei monumenti dell'architettura dell'antico Egitto faraonico era un fine istituzionale di numerose organizzazioni governative egiziane).
Max Herz occupò questo posto per un quarto di secolo (1890-1914) e, per le sue competenze, svolse un importante ruolo nella conservazione dei monumenti architettonici arabo-islamici e copti. Il debito contratto nei suoi confronti, vista la sua azione di salvaguardia di un gran numero di monumenti, è assai grande, e le sue attività sono considerate esemplari fino ad oggi. Herz seguì il metodo del "restauro stilistico", vale a dire il disfarsi delle ultime superfetazioni di scadente qualità del manufatto per riportarlo all'originale, di maggior qualità, anche sotto il profilo culturale, “che non sarebbe mai potuto esistere in ogni altro momento”.[4] L'altro approccio estremo alla conservazione architettonica richiedeva di evitare qualsiasi tipo di restauro o di ricostruzione; solo era consentita la conservazione del monumento nella sua forma realmente esistente, senza alcuna aggiunta.[5] Herz credeva nel restauro stilistico ma lo praticava con moderazione, buon gusto e buon senso. Questo approccio era in parte determinato dalla cronica mancanza di fondi a disposizione del Comité, che non consentiva un completo restauro su larga scala. In una primissima fase, il Comité decise che il suo compito di gran lunga prioritario fosse quello di garantire la sopravvivenza del maggior numero di monumenti.[6]

Il minareto della moschea di Qāḍī Yaḥyā Zayn al-Dīn al Cairo, prima e dopo il restauro. La parte superiore fu ricostruita su base analogica, in quanto non era disponibile alcuna informazione circa la sua forma originale.

Nella pratica di Herz, la “purezza stilistica” significava che in caso di periodi in cui l'architettura era ben nota a causa dell'esistenza di numerosi altri monumenti similari, egli considerava lecita la ricostruzione sulla base di un ragionamento deduttivo. Questo fu il caso di moschee del tardo periodo mamelucco burji (circasso), che era rappresentato da numerosi splendidi edifici di culto al Cairo, vari raffinati minareti dei quali, ad esempio, erano in molti casi danneggiati a causa della fragilità dei materiali. D'altro canto, l'architettura del periodo fatimide era scarsamente nota, tanto che Herz lasciò inalterato il tardo sgradevole minareto che aveva sostituito l'originale manufatto della Moschea al-Aqmar (1125) quando egli dovette restaurarlo, proprio per il fatto che non vi era alcuna informazione sul suo aspetto originale e si sapeva troppo poco dei minareti fatimidi in genere[7] (i suoi successori espressero un rispetto assai minore nella ricostruzione della moschea del vizir fatimide al-Ṣāliḥ Ṭalāʾīʿ b. Ruzzīk (1160), sull'originale aspetto della quale essi possedevano solo scarse informazioni).[8] La sostituzione delle strutture mancanti (e.g., fontana, minbar) come richiesto dal “restauro stilistico” era un'impellente necessità da un punto di vista pratico nel caso delle moschee, indipendentemente dal fatto che la loro forma originale fosse nota oppure no, perché l'osservazione religiosa doveva essere ripresa in loro dopo il completamento del restauro dal Comité.[9]

Pulpito nella moschea del Sultano Barqūq.
Fontana nella moschea del Sultano Barqūq. Ricostruzioni analogiche di Herz, visto che non era disponibile alcuna informazione sulla sua forma originaria.

Esiste un dibattito ininterrotto circa la teoria e la pratica della conservazione architettonica in tutto il mondo, in cui trovano spazio varie e profondamente diverse opinioni, spesso dipendenti da determinate circostanze.[10] Nella teoria e nella pratica, il Comité seguì i più aggiornati standard messi a punto nel mondo occidentale. Il metodo adottato dal Comité sotto la guida di Herz Pascià è considerato come esemplare ed è attualmente seguito nella pratica della conservazione in Egitto ai giorni nostri. Era perfettamente naturale che opinioni diverse dessero voce a una serie di questioni complesse, specialmente considerando che nel periodo in discussione il Comité funzionava in un Paese sotto dominazione britannica. Le attività del Comité erano caratterizzate da un alto livello di professionalità, precisione e devozione. Nairy Hampikian scrisse, allorché ebbe completato il restauro della fatimide Bāb Zuwayla (1092), una delle porte della città medievale: “Ho deliberatamente incluso molti dettagli minori nel riepilogo di queste attività del Comité, perché sono convinta che essi aiuteranno a contrastare giudizi concettuali e politici affrettati sulle sue attività. ... L'amore e la cura che sono stati trasmessi a questi monumenti attraverso il lavoro del Comité, la meticolosa professionalità con cui hanno operato i suoi membri e la sincerità dei loro sforzi è spesso sottostimata. Inoltre, il grado di serietà con cui queste persone si sono accostate al loro lavoro è solo realmente evidente quando uno osservi le loro linee di ragionamento che tengono conto della singola struttura attraverso un certo numero di anni”.[11] Il Comité documentò scrupolosamente le sue attività. Tale documentazione è sopravvissuta e la sua indagine scientifica è avviata. Il Comité ha pubblicò un Bollettino annuale in lingua francese sulle sue attività, che furono tradotte poi in lingua araba.[12]

Monumenti completamente restaurati da Herz[13]modifica | modifica wikitesto

  • la porta fatimide di Bab Zuwayla (1092)
  • la moschea al-Aqmar (1125)[14]
  • il Complesso di Qalawun (mausoleo, madrasa-moschea, bimaristan/ospedale; 1284-1285)[15]
  • la moschea dell'Amīr al-Marīdānī (1339-40)
  • la moschea-madrasa di Sulṭān Ḥasan (1356-1362), che molti considerano il monumento più splendido architettonico arabo-islamico al Cairo, e qualcuno addirittura nel mondo[16]
  • la moschea-madrasa di Sulṭān Barqūq (1384-1386) nel Bazar dei calderai[17]
  • la moschea di Yaḥyā Zayn al-Dīn (848/1444), nelle vicinanze di al-Azhar
  • il mausoleo-madrasa di Sulṭān Qāytbāy (1472) nel cimitero settentrionale[18]
  • la moschea-madrasa di Sulṭān Qāytbāy intra muros (1475)
  • la moschea dell'Emiro Ghānim al-Bahlawān (1478-1510)[19]
  • la moschea di Abū Bakr ibn Muzhir (1479-1480)
  • la moschea di Qigmās al-Isḥāqī (1480-1481)
  • il palazzo di Jamāl al-Dīn al-Dahabī (1637)
  • il Sabil-Kuttab (fontana-scuola) di ʿAbd al-Raḥmān Katkhudā (1744).[20]

Herz intraprese importanti lavori di restauro della Moschea di al-Azhar (970-972)[21] e a lui dobbiamo la sopravvivenza della Cittadella di Qaytbay (o Forte Qāytbāy) (1477), che il Sultano mamelucco eresse sulle rovine del Faro di Alessandria ad Alessandria d'Egitto.[22]

Progetti più importanti realizzati di Max Herzmodifica | modifica wikitesto

Primo Direttore del Museo Arabomodifica | modifica wikitesto

L'antico edificio del Museo Arabo sulle rovine della Moschea di al-Hakim.
Il nuovo edificio del Museo Arabo (oggi Matḥaf al-fann al-islāmī, o Museo d'arte islamica).

Nel 1880 il Khedive Tawfīq coinvolse Julius Franz Pascià nel progetto di fondazione del Museo Arabo (attualmente "Museo d'arte islamica"). Nel 1892 il Comité indicò Herz per la guida del Museo, e nel 1902 egli fu nominato Direttore. Ciò avvenne in concomitanza con l'inaugurazione del palazzo del nuovo museo, progettato da Alfonso Manescalco. Fino ad allora le collezioni del museo erano state ospitate in edifici provvisori nella diroccata Moschea di al-Hakim (990-1013), quando la carica di Direttore non esisteva ancora.[23] Herz pubblicò il catalogo del Museo in lingua francese in due edizioni; entrambe furono tradotte in lingua inglese e la seconda edizione fu tradotta anche in lingua araba.[24] In aggiunta alle descrizioni degli oggetti, i cataloghi contenevano una succinta esposizione della storia dell'arte arabo-islamica, in accordo con le materie rappresentate dalle collezioni museali, tanto da essere ancor oggi assai valido strumento di comprensione.

La fondazione del Museo Coptomodifica | modifica wikitesto

Notemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ Su Hauszmann, si veda József Sisa: «Alajos Hauszmann», in: The dictionary of art. Ed. Jane Turner. New York, Grove, 1996, vol. 14, p. 239. ISBN 1-884446-00-0. Su Ferstel, si veda Susanne Kronbichler-Skacha: Norbert Wibiral, Renata Mikula, Heinrich von Ferstel. Wiesbaden, Franz Steiner, 1974. 3-515-01928-6. Su König, si veda Markus Kristan, Carl König 1841-1915. Ein neubarocker Großstadtarchitekt in Wien. Vienna, Holzhausen, 1999. ISBN 3-85493-015-1.
  2. ^ István Ormos: Max Herz Pasha 1856-1919. His life and career. (Études Urbaines 6/1-2). Institut Français d’Archéologie Orientale, Cairo, 2009, pp. 1-48, 481-484. ISBN 978-2-7247-0508-9.
  3. ^ Sul Comité e le sue attività, si veda Achille Patricolo, La conservation des monuments arabes en Égypte, Il Cairo, Roditi, 1914; Alaa El-Habashi, "Athar to monuments: The interventions of the Comité de Conservation des Monuments de l’Art Arabe". Tesi di PhD, University of Pennsylvania, 2001; Philipp Speiser, Die Geschichte der Erhaltung arabischer Baudenkmäler in Ägypten. (Abhandlungen des Deutschen Archäologischen Instituts Kairo, Islamische Reihe, 8). Heidelberg, Heidelberger Orientverlag, 2001, pp. 47-94. ISBN 3-927552-27-5.
  4. ^ Viollet-le-Duc, Dictionnaire raisonné de l’architecture française du XIe au XVIe siècle, Parigi, B. Bance, A. Morel, 1858-1868, VIII [1866], p. 14.
  5. ^ Jokka Jokilehto, A history of architectural conservation, Oxford, Butterworth-Heinemann, 1999, pp. 137-244. ISBN 07506 3793 5.
  6. ^ Philipp Speiser, Die Geschichte der Erhaltung arabischer Baudenkmäler in Ägypten, (Abhandlungen des Deutschen Archäologischen Instituts Kairo, Islamische Reihe, 8), Heidelberg, Heidelberger Orientverlag, 2001, pp. 68-70. ISBN 3-927552-27-5.
  7. ^ Sulla scarsa qualità della struttura aggiunta nel 1397 o nel 1412 si veda Doris Behrens-Abouseif, The minarets of Cairo. Islamic architecture from the Arab conquest to the end of the Ottoman Empire, With contributions by Nicholas Warner. Photographs by Bernard O’Kane. London-New York, I.B. Tauris, 2010, p. 205. ISBN 978-1-84885-539-7.
  8. ^ Keppel Archibald Cameron Creswell, The Muslim architecture of Egypt, [Oxford, Clarendon, 1952-1959; reprint:] New York, Hacker Art Books, 1978, vol. I, pp. 275-288; figg. 97-108.
  9. ^ Si veda István Ormos, "Preservation and restoration. The methods of Max Herz Pasha, chief architect of the Comité de Conservation des Monuments de l’Art Arabe, 1890-1914". In: Historians in Cairo. Essays in honor of George Scanlon, ed. Jill Edwards, Il Cairo-New York, The American University in Cairo Press, 2002, pp. 123-153. ISBN 977-424-701-9. István Ormos, Max Herz Pasha 1856-1919. His life and career (Études Urbaines 6/1-2). Il Cairo, Institut Français d’Archéologie Orientale, 2009, pp. 49-90. ISBN 978-2-7247-0508-9
  10. ^ Si veda, e.g., John H. Stubbs: Time honored. A global view of architectural conservation. Parameters, theory, and evolution of an ethos, Hoboken, NJ, John Wiley and Sons, 2009.
  11. ^ Nairy Hampikian, "Medievalization of the Old City as an ingredient of Cairo’s modernization: Case study of Bab Zuwayla". In: Making Cairo medieval. Nezar AlSayyad, Irene A. Bierman, Nasser Rabbat (eds). Lanham-Boulder-New York-Toronto-Oxford, Lexington Books, 2005, p. 222. ISBN 0-7391-0916-2.
  12. ^ Una serie pressoché completa è attualmente accessibile su Internet: http://www.islamic-art.org/comitte/comite.asp
  13. ^ Per un resoconto dettagliato delle attività di Herz nel campo della conservazione architettonica, si veda István Ormos, Max Herz Pasha 1856-1919. His life and career. (Études Urbaines 6/1-2). Il Cairo, Institut Français d’Archéologie Orientale, 2009, pp. 107-312. ISBN 978-2-7247-0508-9.
  14. ^ Keppel Archibald Cameron Creswell, The Muslim architecture of Egypt, [Oxford, Clarendon, 1952-1959; reprint:] New York, Hacker Art Books, 1978, vol. I, pp. 241-246; immagini 82-85. Nicholas Warner, The monuments of Historic Cairo. A map and descriptive catalogue. (American Research Center in Egypt Conservation Series, 1; An American Research Center in Egypt Edition). Il Cairo-New York, The American University in Cairo Press, 2005, pp. 93-94 (n. 33). ISBN 977-424-841-4.
  15. ^ Max Herz: Die Baugruppe des Sultāns Qalāūn in Kairo (Abhandlungen des Hamburgischen Kolonialinstituts 42, Reihe B. Völkerkunde, Kulturgeschichte und Sprachen, 22). Hamburg, L. Friederichsen, 1919. https://archive.org/stream/diebangruppedess00herzuoft#page/n5/mode/2up. A causa del suo allontanamento dall'Egitto, egli non fu in grado di finire il restauro della madrasa-moschea di Qalāwūn.
  16. ^ Max Herz, La mosquée du Sultan Hassan au Caire, Il Cairo, Institut Français d’Archéologie Orientale, 1899 ; http://www.islamic-art.org/OnlineBooks/index.asp ; https://archive.org/details/mosqueedusultanHassanauCaire00leca. István Ormos, "Maks Hirts Bāshā (1856-1919) wa-nashatatuhu fī tarmīm al-āthār al-ʿarabiyya al-islāmiyya al-qadīma", In: al-Majalla al-Tarīkhiyya al-Miṣriyya 45, 2007, pp. 721-726. Abdallah Kahil, The Sultan Hasan complex in Cairo, 1357-1364. A case study in the formation of Mamluk style (Beiruter Texte und Studien, 98), Beirut, Orient-Institut; Ergon, Würzburg, 2008. ISBN 978-3-89913-643-2.
  17. ^ Saleh Lamei Mostafa, Madrasa, Ḫānqāh und Mausoleum des Barqūq in Kairo mit einem Überblick über Bauten aus der Epoche der Familie Barqūq. Mit einem Beitrag von Felicitas Jaritz, (Abhandlungen des Deutschen Archäologischen Instituts Kairo, Islamische Reihe, 4). Augustin, Glückstadt, 1982. pp. 65-70.
  18. ^ István Ormos, "The funerary mosque of Sultan Qayitbay in the Northern Cemetery. Some aspects of Herz Pasha’s methods of conservation". In: Dirāsāt wa-buḥūth fī l-āthār wa-l-ḥaḍāra al-islāmiyya. Kitāb taqdīrī li-l-āthāri al-kabīr al-ustādh ʿAbd al-Raḥmān ʿAbd al-Tawwāb. (Majallat Kulliyyat al-Adab bi-Suhag. Iṣdār tadhkarī). Dār al-Wafāʾ, Alessandria d'Egitto, 2008, vol. II, parte 1, pp. 594-616. ISBN 977-327-651-1.
  19. ^ Max Herz, La mosquée de l’emir Ganem el-Bahlaouan, Il Cairo, Boehme et Anderer, 1908.
  20. ^ Philipp Speiser, Die Geschichte der Erhaltung arabischer Baudenkmäler in Ägypten. (Abhandlungen des Deutschen Archäologischen Instituts Kairo, Islamische Reihe, 8). Heidelberg, Heidelberger Orientverlag, 2001, pp. 113-138. ISBN 3-927552-27-5.
  21. ^ Keppel Archibald Cameron Creswell, The Muslim architecture of Egypt, [Oxford, Clarendon, 1952-1959; reprint:] New York, Hacker Art Books, 1978, vol. I, pp. 36-64; figg. 4-14.
  22. ^ István Ormos, Max Herz Pasha 1856-1919. His life and career. (Études Urbaines 6/1-2). Il Cairo, Institut Français d’Archéologie Orientale, 2009, pp. 282-284. ISBN 978-2-7247-0508-9.
  23. ^ Sul Museo, si veda Min dhakirāt Matḥaf al-Fann al-Islāmī 1881m-2010m. La "m" sta a indicare la consonante araba "mim", iniziale della parola araba milādiyya, lett. "Natale [di Gesù]", che viene usata per indicare il calendario cristiano. Il Cairo, Mugallad wathāʾiqī tadhkārī. Al-ʿīd al-milādī. Al-Maglis al-ʿĀlaʾ li-l-Āthār, 2010.ISBN 978-977-704-198-0.
  24. ^ Si veda l'elenco sottostante delle pubblicazioni di Herz.

Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

  • (AR) Ḥasan ʿAbd al-Wahhāb: Taʾrīkh al-masājid al-athāriyya. 2a ed., Il Cairo, al-Hayʾa al-Miṣriyya al-ʿĀmma li-l-Kitāb, 1994. ISBN 977-01-3703-0.
  • (DE) Ludwig Borchardt: "Max Herz-Pascha†", su: Zentralblatt der Bauverwaltung 39, 1919, p. 368.
  • (HU) Ignaz Goldziher: "Herz Miksa", su: Budapesti Szemle 179, 1919, pp. 228–233.
  • (EN) Alaa El-Habashi: "Athar to monuments: The interventions of the Comité de Conservation des Monuments de l'Art Arabe". Tesi di PhD, University of Pennsylvania, 2001.
  • (AR) Tawfīq Iskarus: "Maks Hirts Bāshā wa-faḍluhu fī ḥifẓ al-athār al-ʿarabiyya". su: al-Hilāl 27, 1919, n. 10 (luglio 1919), pp. 921–928.
  • (EN) István Ormos: "Preservation and restoration. The methods of Max Herz Pasha, chief architect of the Comité de Conservation des Monuments de l'Art Arabe, 1890-1914". In: Historians in Cairo. Essays in honor of George Scanlon, ed. Jill Edwards. Cairo-New York, The American University in Cairo Press, 2002, pp. 123–153. ISBN 977-424-701-9
  • (EN) István Ormos: Max Herz Pasha 1856-1919. His life and career. (Études Urbaines 6/1-2), Cairo, Institut Français d'Archéologie Orientale, 2009. ISBN 978-2-7247-0508-9.
  • (DE) István Ormos: "Herz, Max (Miksa)", in: Allgemeines Künstlerlexikon. E. A. Seemann, K. G. Saur, Lipsia, Monaco, Berlino, De Gruyter, 1969-, vol. 72 [2012], pp. 449–450. ISBN 978 3 598 22740 0.
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