Nozze di sangue (dramma)

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Nozze di sangue
Opera teatrale in tre atti
Autore Federico García Lorca
Titolo originale Bodas de Sangre
Lingua originale Spagnolo
Composto nel 1932
Prima assoluta 8 marzo 1933
Personaggi
  • La madre
  • La fidanzata
  • La suocera
  • Moglie di Leonardo
  • La domestica
  • La vicina
  • Ragazze
  • La Luna
  • Leonardo
  • Il fidanzato
  • Il padre della fidanzata
  • La Morte
  • Ragazzi
  • Taglialegna

Nozze di sangue (Bodas de Sangre) è un dramma teatrale in tre atti scritto da Federico García Lorca nel 1932 e rappresentato per la prima volta l'8 marzo 1933.

Con esso García Lorca si propose di fare una tragedia quel genere letterario che considerava la vera radice del teatro.

La trama si ispira ad una vera storia di omicidio avvenuta a Nijar e apparsa sui giornali per circa una settimana intorno al 22 giugno 1928.

Tramamodifica | modifica wikitesto

È la storia di una giovane donna la Novia (la fidanzata) costretta a sposarsi con un uomo che non ama, il Novio (il fidanzato) poiché già innamorata di un altro giovane, Leonardo, con il quale in passato ha avuto una storia di cui veniamo a conoscenza solo attraverso le discussioni di personaggi minori quali ad esempio la Madre, la madre del Novio e la Vecina.

Subito dopo le nozze, in un crescendo di immagini che ci preparano all'evento, c'è la fuga della Novia con Leonardo della quale avremo notizia dalla Mujer (donna) di quest'ultimo, già in precedenza insospettitasi di una possibile relazione amorosa fra i due personaggi.

Il problema della tragedia modernamodifica | modifica wikitesto

La tragedia è un genere che non ha avuto molta fortuna all'interno del panorama spagnolo ed europeo nel quale è stata presto soppiantata dal romanzo e dalla commedia; c'è addirittura qualcuno che ne ha negato totalmente l'esistenza. Di questa crisi della tragedia parla eloquentemente George Steiner nel suo splendido studio "La morte della tragedia", nel quale afferma che dall'antichità fino a Shakespeare e Racine questo genere arriva ad essere la creazione poetica più nobile della mente umana ma che dopo quel periodo la voce della tragedia è andata dissipandosi. Durante il Neoclassicismo, da Lessing considerato un falso Classicismo, si danno delle regole, dette "regole di Aristotele", per scrivere tragedie. In esse se ne perde il vero spirito, creando al contrario una parodia del genere. Si perde il “senso tragico” alla fine del XVII secolo quando con il razionalismo cartesiano e newtoniano nasce l'esigenza di dare a tutto una spiegazione logica e razionale impossibilitando così l'esistenza di qualsiasi mistero latente nella tragedia. Come si possono infatti spiegare razionalmente le streghe di Macbeth o il fantasma di Amleto? Non è possibile. La ragione e la logica non potevano dare certe risposte, non potevano spiegare razionalmente le forze occulte che trascendono l'uomo e che ne manovravano i comportamenti, nelle quali non vi era alcuna logica o ragione; per questo si chiudono i battenti della tragedia che erano stati aperti dal periodo della Grecia preistorica fino al "secolo dei lumi". Lorca si rese presto conto in quale geniale posizione si trovasse la cultura spagnola popolare ma soprattutto l'andalusa, nella quale ancora era rimasto l'antico senso della tragedia. La cultura andalusa dell'agricoltura non era stata soppiantata ancora dal mondo industrializzato, dalla borghesia, dalle “regole di Aristotele” e da un eccessivo razionalismo, il quale convertiva la logica in una religione secolare, conversione che aveva significato in altri paesi il trionfo della classe media e del melodramma borghese e che contemporaneamente aveva distrutto il vecchio senso fatalista della vera tragedia. Criticata enormemente da George Steiner è quella che si definisce la “tendenza mitopoietica”, ovvero quel tentativo di riscrivere i miti e le tragedie antiche che implica la tacita accettazione delle perdita, nella nostra epoca, di quella mitologia capace di ricondurci ad un nuovo senso della tragedia. Oltre ai famosi drammaturghi, quali Thomas Stearns Eliot, Jean-Paul Sartre, Paul Claudel, W.B. Yeats, Jean Cocteau e André Gide che caddero nella trappola “mitopoetica” è da aggiungere ad essi anche Federico García Lorca, il quale dopo aver visitato le rovine greco-romane di Ampuria aveva cominciato a scrivere un'opera, "Il sacrificio di Ifigenia" che non porterà mai a termine ma della cui idea ci parla Ada Maria Dalí, la sorella di Salvador Dalí. Solo dopo aver superato la tendenza mitopoetica Lorca si renderà conto della sua vera fonte d'ispirazione, la sua terra, l'Andalusia, un museo vivo da cui trarre ispirazione e materiale su cui lavorare fino a farsene testimone. Soltanto dall'Andalusia preistorica, ancora appartenente a quel mondo di streghe e credenze magiche nasceranno personaggi quali "los Leñadores" (i boscaioli), "la Luna" e "la Mendiga" (la mendicante) che continuano a rappresentare perfettamente le stesse forze soprannaturali dell'antica visione tragica.

Interpretazione di Bodas de Sangremodifica | modifica wikitesto

I temi rintracciabili nell'opera sono pre-logici, pre-intellettuali. Rosales afferma che in Bodas de sangre ci sia una visione della vita umana che coincide con la visione della antica tragedia greca. Nella Grecia preistorica la rappresentazione tragica veniva vista come sacrificio simbolico; rituale probabilmente evolutosi da un sacrificio umano, come testimoniano i miti antichi. Il tema del sacrificio è uno di quelli che incontriamo nell'opera di Lorca. Tema che si incrocia, come afferma Ortega y Gasset con la Corrida de toros. Anch'essa tradizione sacrificale e simbolica, nata dall'irrazionalità popolare e fatta arte. L'opera di Lorca è stata capace di riprendere motivi e miti della religione antica per esempio la capacità di guardare alla realtà e di coglierne i dettagli autentici che a molti risultano bizzarri. La sua opera è tutta basata su temi quali: sangue, morte e fecondità. Ad essi si associa il tema della Luna tema che rintracceremo anche in Bodas de Sangre, quella forza oscura che porta la morte di Leonardo e del Novio. Con la morte dei protagonisti rintracciamo il tema del Sacrificio che ha un'eco profonda con gli scritti di Euripide, nei quali si affermava che è sempre il maschio, l'essere maschile a morire e che le donne restano vive e ne piangono la morte. Il tema del sacrificio è presente dalle prime parole della Madre. Già dalla prima scena,infatti, la Madre parla insistentemente di questi arnesi che già hanno causato la morte di suo marito e dell'altro suo figlio. Il tema del coltello servirà anche per chiudere l'opera, quando la Madre e la Novia non saranno già più nemiche; quando l'astio sarà già stato superato per lasciare spazio al "himno al cuchillo" (inno al coltello). I primi due atti sono piuttosto realistici ma questo realismo esiste solo in relazione al terzo atto e serve solo ad aprire le porte al soprannaturale che incontreremo alla fine. Soprattutto il secondo è costellato da immagini floreali che sembrano essere utilizzate per riprendere la poesia tradizionale di Lope De Vega ma che in realtà servono solo a guidarci verso la Luna. È la Luna infatti che regola i ritmi cosmici e permette alla natura di andare avanti. A questo servono le immagini naturali; a condurci verso la Luna rappresentata dal boscaiolo dalla faccia bianca nel terzo atto. L'immagine della "Cueva de la Novia" ossia della grotta dove vive la fidanzata è un'immagine suggestiva che utilizza Lorca per dare una sensazione tutt'altro che realista anche se in Andalusia abitazioni del genere esistevano davvero. Usa un dettaglio per allontanarsi dalla realtà. Nell'opera si alternano parti in prosa e parti in poesia. L'ultima che appare prima del terzo atto è quella della ninna nanna. Questa ninna nanna serve per appagare la tensione ma in realtà al suo interno non ha che immagini negative e non è un caso che dopo di essa vi sarà l'entrata in scena di Leonardo; l'unico personaggio con un nome proprio, un nome particolare che ci ricorda il re della foresta, il Leone. Simbolo di sesso e morte. Arriva sul suo cavallo, un animale altamente simbolico nell'opera di Lorca, normalmente utilizzato per raggiungere la morte. Sarà infatti il cavallo che trasporterà Leonardo e la Novia nel bosco. Il bosco, nel quale mai entra il sole, il "bosco lunare". È nel bosco che si consumerà la tragedia e sarà la Mendiga a dire al Novio di andare a cercare in quella direzione. La Mendiga è il diacono della Luna e rappresenta la Morte. Saranno i boscaioli ad aprire il terzo atto commentando con un coro soprannaturale la legge naturale, il puro istinto del mondo organico che porta alla morte. Il coro che formano ci prepara all'arrivo della Luna. Una volta nel bosco Leonardo e la Novia si renderanno conto che la forza che li spinge uno verso l'altra è qualcosa che non possono controllare e da cui mai avrebbero potuto avere scampo. Ed è questa forza occulta che non può essere spiegata dalla ragione e dalla logica. Non vediamo la scena della morte, non è importante vedere in che maniera siano stati uccisi ma capire quali forze hanno cooperato affinché questo accadesse. Sarà la Novia poi, alla fine dell'opera, che si presenterà a casa della madre giustificandosi perché non si sente peccatrice. Non è dipesa da lei quella profonda attrazione che la legava a Leonardo ma da forze che non ha potuto controllare. Tanto è convinta della sua purezza che chiede a conferma la prova del fuoco, ovvero la prova corporale. Lorca però non è interessato all'onore e non sarà con questo che terminerà la tragedia quanto piuttosto con l'inno al coltello, recitato dalla Madre e dalla Novia alla fine dell'opera. Forze occulte hanno agito sui comportamenti dei personaggi; forze incontrollabili alle quali lo stesso Lorca non potrà sottrarsi qualche anno dopo quando verrà decisa la sua uccisione.

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