Paletnologia

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La paletnologia, o archeologia preistorica, è la scienza che studia la cultura delle civiltà umane preistoriche e protostoriche attraverso l'analisi dei reperti materiali. Oggetto della disciplina sono pertanto solo le specie appartenenti al genere homo che abbiano prodotto manufatti (ovvero a partire dall'Homo habilis), e forse, allo stato attuale della conoscenza, alcuni Australopithecus.

Origini e sviluppomodifica | modifica wikitesto

La paletnologia è l'etnologia della Preistoria, più esattamente dell'archeologia preistorica, nata da un'idea ottocentesca che promuoveva il collegamento fra le due discipline. Il problema che si pone la materia è di ricostruire l'organizzazione di questa gruppi; l'idea, nata in Italia, è stata riproposta in ambito anglosassone all'inizio degli anni Sessanta con la New Archaeology, ossia il rifiuto di un'impostazione tradizionale, tipologica e geografica.

Nei primi anni della ricerca archeologica si lavorava principalmente sulla ricostruzione della sequenza stratigrafica, e non era facile confrontare più contesti lontani: Renfrew ha scritto il suo volume nel 1973 (per poi rivederlo nel 1979), epoca in cui già si faceva largo uso delle datazioni al radiocarbonio e si cominciava a calibrarle con la dendrocronologia.

I concetti alla base della ricerca archeologica erano la somiglianza tra gli oggetti o i manufatti in genere, la possibilità di stabilire un insieme di associazioni, di individuare la successione delle tipologie (tramite tabelle di associazione) ed infine l'ampiezza della circolazione. Questi dati portavano all'elaborazione del concetto di facies culturale.

Nella seconda metà dell'Ottocento in etnologia si afferma l'evoluzionismo, secondo il quale tutte le società avevano percorso gli stessi stadi durante la propria formazione; il punto più alto di questa evoluzione era costituito dalla preistoria europea.
In quest'epoca si afferma infatti la prima distinzione fra le età dei metalli, idea basata sulle prime stratigrafie geologiche ed intuitive; si pensava che a determinate tecniche corrispondessero altrettanti contesti sociali. Il Museo Pigorini venne creato appositamente per coniugare entrambe le discipline. Si afferma in seguito il concetto di diffusionismo, come scuola storico-culturale, per cui questi cicli culturali avevano avuto delle estensioni molto vaste (come oggetti, miti, ecc.), e a livello preistorico si è cercato d'individuare l'area di estensione e l'origine di queste innovazioni, all'epoca considerato (non in maniera del tutto errata) il Vicino Oriente.

Nella fase successiva si cerca un maggiore distacco fra le due discipline, con la nascita del funzionalismo (antropologia sociale), legato all'idea per cui non è importante avere una cognizione dell'insieme, trattandosi di costruzioni ideologiche deboli, ma che l'interesse andava concentrato nei singoli contesti cercando d'individuarli come funzioni. Fra questi, Gordon Childe fu tra i primi a porsi il problema del funzionalismo in campo etnoantropologico. Dopo il secondo conflitto mondiale, particolarmente negli Stati Uniti, si dà vita al neoevoluzionismo con Braidwood, uno sviluppo dell'evoluzionismo che teneva in conto le idee diffusioniste, poiché considerava il primo troppo rigido. All'inizio degli anni Sessanta nasce la New Archaeology, con un successo particolare in ambito anglosassone, nata dall'esigenza di coniugare la creazione di una cronologia senza dover realizzare delle tipologie, dunque non solamente una distribuzione verticale, ma anche spaziale; si riprende in sostanza l'idea del funzionalismo, riportato però a lungo termine.

Un'ulteriore reazione è l'indirizzo post-processuale, con Binford, Flannery e Renfrew (a modo suo) fra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, per cui si cercava di capire il funzionamento delle società. È una critica alla visione dell'organizzazione dei gruppi umani simile alla nostra: se ci sono delle finalità di tipo culturale in uno sforzo, ci deve essere un collegamento anche se non ci è palesato (non bisogna minimizzare lo sforzo): non esistono necessariamente delle leggi di comportamento universali; si critica dunque il comportamentismo statunitense, che affermava che a stimoli simili si ha un comportamento uguale.

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