Pallante (Evandro)

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Pallante o Pallade è un personaggio della mitologia romana, figlio di Evandro re degli Arcadi, i profughi che fondarono la città di Pallante o Pallanteo, sul colle Palatino[1].

Nell'Eneide, Virgilio pone Pallante fra le figure di rilievo del poema.

Il mitomodifica | modifica wikitesto

Pallante è tra i primi ad avvistare le navi dei profughi troiani, guidati da Enea, mentre risalgono il Tevere con l'intento di fondare una città nella patria di Dardano (che secondo la leggenda era stato il fondatore di Troia) e, quale figlio del re e depositario del dovere dell'ospitalità, accompagna gli esuli alla corte del padre.

Successivamente Enea viene accolto dal re Latino, che gli fa conoscere la figlia Lavinia della quale si innamora. Latino ha però già promesso la figlia a Turno, re dei Rutuli. Il padre di Lavinia ascolta le intenzioni di Enea ma temendo una vendetta da parte di Turno si oppone ai suoi desideri. La disputa per la mano della fanciulla diventa una guerra, in cui vengono coinvolte diverse genti italiche, compresi Etruschi e Volsci. Enea si allea con Evandro e suo figlio Pallante sotto il consiglio del dio Tiberino (dio del Tevere).

La guerra è molto sanguinosa e Pallante fa strage tra i giovani guerrieri italici. Per primo uccide Lago trafiggendogli le costole con la lancia scagliata; subito dopo sorprende Isbone, amico del caduto, immergendogli la spada nel polmone, e inoltre Stenio ed Anchemolo, poi decapita Timbro e recide la mano destra al gemello Laride (Laride e Timbro erano figli di Dauco) che impugnava la spada contro di lui, lasciandolo agonizzante; quindi uccide Reteo che difendeva Ilo, e Aleso, reduce quest'ultimo dall'aver ucciso alcuni troiani (Ladone, Ferete, Demodoco, Strimonio e Toante), trafiggendolo al petto con la lancia. Infine Pallante viene affrontato ed ucciso da Turno che si appropria del suo balteo. Enea cattura allora otto guerrieri italici e li sacrifica sulla pira del suo giovane amico. Per evitare ulteriori vittime si decide che la sfida fra Enea e Turno si risolva in un combattimento tra i due pretendenti. Enea ha il sopravvento e vendica Pallante uccidendo Turno; dopodiché sposa Lavinia e fonda la città di Lavinium (l'odierna Pratica di Mare).

Vittime di Pallantemodifica | modifica wikitesto

  1. Lago: guerriero rutulo. Pallante lo assale e gli conficca la lancia nello sterno.
  2. Isbone: amico di Lago; Pallante gli pianta la spada nel polmone.
  3. Stenio: guerriero rutulo.
  4. Anchemolo: figlio di Reto, re dei Marsi.
  5. Laride e Timbro: giovani latini, fratelli gemelli identici; Pallante decapita Timbro di netto con la spada, mentre Laride viene lasciato al suolo agonizzante con il braccio destro del tutto reciso, la cui mano, ancora palpeggiante, stringe la spada.
  6. Reteo: guerriero rutulo ucciso e sbalzato dal carro, mentre difende un compagno.
  7. Aleso: colpito al petto dalla lancia nemica, dopo aver fatto alcune vittime tra i compagni dello stesso Pallante.

Interpretazione e realtà storicamodifica | modifica wikitesto

L'importanza di Pallante risiede nel fatto che il giovane eroe è il primo in terra "italiana" a morire a favore di Enea e dei suoi, destinati a essere i progenitori di Roma. Una sorta di sacrificio (umano) agli dèi per favorire la nascita dell'Urbe e quindi dell'Impero romano. Se ne ricorda Dante che scrive: «Vedi quanta virtù l'ha fatto degno / Di riverenzia; e cominciò dall'ora, / Che Pallante morì per dargli il regno» (Paradiso, VI)

Al di là dell'aspetto evidentemente mitologico della narrazione, scavi archeologici effettuati dal 1937 nell'area adiacente la chiesa di S. Omobono, all'incrocio tra le attuali via L. Petroselli e Vico Jugario, hanno portato alla luce reperti di chiara origine greca, risalenti alla metà dell'VIII secolo a.C..

Giovanni Pascoli non solo vide Pallante come il primo morto per la causa nazionale, ma anche vide nel corbezzolo sui cui rami fu adagiato il corpo una prefigurazione del tricolore italiano, con il verde delle foglie, il bianco dei fiori, il rosso delle bacche.

Notemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ Sia Livio (Ab Urbe condita libri, I, 7) che Ovidio (I Fasti, I, 470 e sgg.) narrano di una migrazione dalla città greca di Argo, guidata da Evandro

Voci correlatemodifica | modifica wikitesto