Prima guerra di mafia

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Tommaso Buscetta, ritenuto dalle indagini dell'epoca uno dei protagonisti della prima guerra di mafia

La prima guerra di mafia fu un conflitto interno a Cosa Nostra scoppiato nel 1962.

Storiamodifica | modifica wikitesto

Il conflitto venne scatenato da Antonino Matranga (capo della cosca di Resuttana), Mariano Troia (capomafia di San Lorenzo), Salvatore Manno (capomafia di Boccadifalco) e Michele Cavataio (capo della cosca dell'Acquasanta), che erano rivali dei fratelli Angelo e Salvatore La Barbera (capimafia di Palermo Centro), i quali stavano acquisendo molta autorità per via della loro spregiudicatezza e volevano escludere i primi dalla "Commissione" per il divieto di congiungere in una sola persona il ruolo di capo della cosca di appartenenza e quello di capomandamento; inoltre vi erano fratture tra i mafiosi di Porta Nuova (appoggiati dai La Barbera) e quelli della Noce (guidati dal boss Calcedonio Di Pisa) per una questione d'onore[1][2].

Secondo gli inquirenti dell'epoca, in questo contesto si collocava anche una truffa a proposito di una partita di eroina: agli inizi del 1962 i fratelli La Barbera, Cesare Manzella, Salvatore Greco, detto "Cicchiteddu", e il suo cugino omonimo Salvatore Greco, detto "Totò il lungo", avevano finanziato una spedizione di eroina, che venne affidata a Calcedonio Di Pisa, il quale la doveva consegnare ai corrieri americani; Di Pisa aveva però consegnato ai soci una somma inferiore a quella stabilita adducendo di essere stato truffato dai compratori. In una riunione della "Commissione" che doveva decidere sul caso, si stabilì che Di Pisa non era colpevole di aver sottratto una parte dell'eroina al fine di non rompere una fragile tregua raggiunta tra i principali mafiosi del tempo.

Ma questa decisione non soddisfò i La Barbera, che non celarono il loro malcontento[3][4].

Cronologia degli avvenimenti più importantimodifica | modifica wikitesto

  • Il 26 dicembre 1962 Calcedonio Di Pisa venne ucciso a Palermo e seguirono atti violenti contro altri membri della cosca della Noce[5]: l'8 gennaio 1963 venne ferito con colpi di pistola l'amico e fiduciario di Di Pisa, Raffaele Spina, mentre il 10 gennaio venne compiuto un attentato dinamitardo ai danni di un suo congiunto, Giusto Picone; questi delitti vennero compiuti da Michele Cavataio, che voleva fare ricadere la responsabilità sui fratelli La Barbera e su alcuni membri della cosca di Porta Nuova, muovendosi abilmente tra le varie rivalità[1]
  • il 17 gennaio Salvatore La Barbera scomparve e venne ritrovata soltanto la sua Alfa Romeo Giulietta incendiata; gli inquirenti attribuirono la scomparsa ai cugini Greco e al loro associato Cesare Manzella. Secondo il collaboratore di giustizia Antonino Calderone, Salvatore La Barbera venne attirato in una riunione della "Commissione" da Salvatore "Cicchiteddu" Greco, dove venne strangolato e il suo cadavere seppellito[6]
  • il 12 febbraio un'autobomba distrusse la casa di Salvatore "Cicchiteddu" Greco a Ciaculli
  • il 19 aprile alcuni uomini fecero fuoco contro una pescheria a Palermo, in cui si trovavano Angelo La Barbera e i suoi gregari Stefano Giaconia e Vincenzo Sorce insieme ai proprietari; rimasero uccisi due uomini, tra cui il pescivendolo, e ci furono due feriti, uno dei quali era un semplice passante
  • il 21 aprile venne ucciso il mafioso Vincenzo D'Accardi mentre il 24 aprile venne assassinato Rosolino Gulizzi; i due omicidi furono probabilmente opera di La Barbera, che voleva punire due doppiogiochisti
  • il 26 aprile Cesare Manzella rimase vittima dell'esplosione della sua automobile; il delitto venne attribuito al suo avversario La Barbera
  • il 24 maggio Angelo La Barbera rimase ferito da colpi di pistola sparatigli da ignoti in viale Regina Giovanna a Milano; mentre era ricoverato in un ospedale milanese a seguito dell'attentato, venne arrestato. La polizia sospettò che gli autori dell'agguato fossero Tommaso Buscetta, Gerlando Alberti ed altri mafiosi, i quali avevano abbandonato il gruppo di La Barbera per passare con quello di Salvatore Greco[7]
  • Dopo l'arresto di La Barbera, Pietro Torretta (capo della cosca dell'Uditore), Vincenzo Nicoletti (capomafia di Partanna-Mondello[5]) ed Antonino Matranga si associarono a Michele Cavataio per approfittare della situazione ed eliminare i propri avversari: il 19 giugno Torretta e Cavataio attirarono in un'imboscata i mafiosi rivali Pietro Garofalo e Girolamo Conigliaro (affiliati alla cosca della Noce) e li colpirono con numerosi colpi di arma da fuoco, uccidendo Garofalo e ferendo Conigliaro, che morirà qualche tempo dopo[8]; il 22 giugno Cavataio e il suo vice Giuseppe Sirchia uccisero Bernardo Diana, vicecapo della cosca di Santa Maria di Gesù; il 27 giugno venne ucciso Emanuele Leonforte, esponente di spicco della cosca di Ficarazzi legato a “Cicchiteddu” Greco. Secondo i verbali della polizia dell'epoca, nel gruppo di fuoco di Cavataio e Torretta spiccava anche Tommaso Buscetta[9]
  • durante la notte del 30 giugno a Villabate un'automobile imbottita di esplosivo che era stata abbandonata davanti all'autorimessa del mafioso Giovanni Di Peri esplode ed uccide il custode Pietro Cannizzaro e il fornaio Giuseppe Tesauro. Alle ore 16 dello stesso giorno un'Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivo, abbandonata nei pressi della villa dei Greco a Ciaculli, esplode ed uccide sette uomini delle forze dell'ordine che erano arrivati sul posto per disinnescare la bomba; la polizia, basandosi soprattutto su fonti confidenziali e ricostruzioni indiziarie, attribuì le due autobombe a Pietro Torretta, Michele Cavataio, Tommaso Buscetta, Gerlando Alberti ed altri mafiosi del loro gruppo[10][11]

Le conseguenzemodifica | modifica wikitesto

La notte del 2 luglio 1963 Villabate e Ciaculli vennero circondate dalla polizia: furono arrestate quaranta persone sospette e venne sequestrata un'ingente quantità di armi[9]. Nei mesi successivi furono arrestate 2000 persone sospette di legami con Cosa Nostra e la prima Commissione Parlamentare Antimafia iniziò i suoi lavori: per queste ragioni, la "Commissione" di Cosa Nostra venne sciolta e molte cosche mafiose decisero di sospendere le proprie attività illecite[12].

I protagonisti della prima guerra di mafia vennero giudicati in un processo svoltosi a Catanzaro nel 1968 (il famoso "processo dei 117"); in dicembre venne pronunciata la sentenza ma solo alcuni mafiosi ebbero condanne pesanti: Pietro Torretta venne condannato a 27 anni di carcere per omicidio; Angelo La Barbera ebbe 22 anni e sei mesi; Salvatore Greco e Tommaso Buscetta (entrambi giudicati in contumacia) furono condannati a dieci anni di carcere ciascuno. Il resto degli imputati furono assolti per insufficienza di prove o condannati a pene brevi per il reato di associazione a delinquere e, siccome avevano aspettato il processo in stato di detenzione, furono rilasciati immediatamente[13].

Nel periodo successivo al processo, i boss decisero di ricostruire la "Commissione" e Michele Cavataio cercò di parteciparvi; gli altri boss però iniziarono a sospettare che Cavataio fosse il principale responsabile dell'uccisione di Calcedonio Di Pisa e di altri omicidi avvenuti durante il conflitto, compresa la strage di Ciaculli[14]; per queste ragioni scatenarono una vendetta contro i responsabili del conflitto: Cavataio venne trucidato il 10 dicembre 1969 nella cosiddetta «strage di viale Lazio»; nel 1970 vennero sorpresi ed arrestati a Castelfranco Veneto tre mafiosi che preparavano un agguato contro il vice di Cavataio, Giuseppe Sirchia (che verrà assassinato nel 1978[15]); Antonino Matranga venne invece ucciso a Milano nel 1971[16][1][17].

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Voci correlatemodifica | modifica wikitesto