Rivoluzione fascista

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Mussolini il 30 ottobre 1922, dopo la marcia su Roma, ricevuto a Roma da Vittorio Emanuele III per il conferimento dell'incarico di formare un nuovo governo; dietro di lui si nota Italo Balbo

La locuzione rivoluzione fascista è stata utilizzata da intellettuali ed esponenti politici del fascismo per definire gli anni della nascita e della presa del potere da parte del fascismo in Italia e i progressivi mutamenti istituzionali che portarono da un regime liberale a quello totalitario.

La locuzione è stata ripresa dalla storiografia a partire dagli anni Settanta del XX secolo[1] non più a scopo celebrativo, ma come definizione dei caratteri di rottura che il fascismo ebbe sulla società italiana.

Storiamodifica | modifica wikitesto

Il Sansepolcrismomodifica | modifica wikitesto

Già nel dicembre 1914 con la fondazione a Milano del movimento Fascio d'azione rivoluzionaria patrocinato da Benito Mussolini e Alceste De Ambris, legato al mondo degli interventisti, si posero le basi di un movimento rivoluzionario interventista [2]. Al termine della prima guerra mondiale nell'area interventista si coagulò attorno alla figura di Mussolini un nuovo movimento, fondato a Milano il 23 marzo 1919 durante l'adunata di piazza San Sepolcro dalla confluenza di sindacalisti nazionali, futuristi, arditi e altri ex combattenti: erano i Fasci italiani di combattimento.

Il Manifesto pubblicato su "Il Popolo d'Italia"

Il "Manifesto dei Fasci italiani di combattimento", fu ufficialmente pubblicato su Il Popolo d'Italia il 6 giugno 1919. Qui vengono avanzate numerose proposte, ma è già nell'incipit viene definito “rivoluzionario”: Ecco il programma nazionale di un movimento sanamente italiano. Rivoluzionario, perché antidogmatico e antidemagogico; fortemente innovatore perché antipregiudizievole. Noi poniamo la valorizzazione della guerra rivoluzionaria al di sopra di tutto e di tutti. [3]

Il movimento fascista di Mussolini propugnava una “rivoluzione nazionale" che portasse al governo della nazione una nuova classe dirigente formata principalmente dai "combattenti" della Grande guerra delusi dalla "vittoria mutilata" presenti in maniera trasversale in tutti i partiti[4]

Destinatari del messaggio fascista furono in primo luogo ricercati nella sinistra massimalista, la quale lungi dal voler sovvertire lo Stato, portasse le proprie istanze e lo "socializzasse" dall'interno. I Fasci di combattimento sarebbero serviti a legare alcuni di questi mondi non omogenei come gli interventisti di sinistra, i futuristi, gli ex arditi, i repubblicani e i sindacalisti rivoluzionari.

Nell'estate 1921 e prospettive mussoliniane di una soluzione negoziale del problema rivoluzionario di stampo socialista delle origini, si scontravano con quelle radicali dello squadrismo più acceso, che chiedeva invece senza mezzi termini una rivoluzione attraverso un colpo di Stato. Così, nel novembre del 1921 i Fasci italiani di combattimento si trasformarono nel Partito Nazionale Fascista (PNF), combattendo al suo interno fra spinte volte a scelte rivoluzionarie ed istanze di crescita costituzionale.

Gli squadristi che presero parte alla marcia su Roma furono denominati dalla pubblicistica del regime le "camicie nere della rivoluzione" e la marcia venne celebrata negli anni successivi come l'acme della cosiddetta "rivoluzione fascista".

Il dibattito interno al fascismomodifica | modifica wikitesto

Secondo il politologo Sergio Panunzio il fascismo si proponeva l'intento di modificare la società italiana creando uno "stato-società" fondato sulle corporazioni, in una sorta di correzione ideologica della rivoluzione francese e del suo "stato-popolo", profondamente diverso anche dallo "stato-classe" attuato dalla rivoluzione russa.[5].

Con l'avvento al potere le istanze rivoluzionarie del cosiddetto “fascismo movimento” si annacquarono, al di là delle enunciazioni e già dal 1923, con la fusione con l'Associazione Nazionalista Italiana filo-monarchica, e poi nel 1929, con il concordato fra Stato e Chiesa, prevalsero gli aspetti tipici di un regime autoritario.

Il ministro Giuseppe Bottai, nella rivista “Critica fascista”, già nel 1926 proclamava che il fascismo doveva restare “rivoluzione permanente”[6] Bottai vuole edificare quella rivoluzione che la marcia su Roma, sebbene sia “il principio d'una nuova vita” non ha prodotto[7].

Negli anni '30 con i giovani intellettuali raccolti nella rivista Primato, teorizzò un fascismo che doveva ritrovare la carica rivoluzionaria delle origini.

“...conquistato il potere, il problema delle origini si ripropone in tutta la sua interezza. Questo problema è di rivoluzione intellettuale. Così noi rispondiamo agli oppositori, che tentano di gettare nel nostro cammino l'equivoco d'una rivoluzione esaurita in uno sforzo puramente muscolare e ci negano il diritto di creare la politica nuova della nuova Italia, e rispondiamo, anche, mi sia permesso affermarlo senza ambagi, a quei fascisti i quali incedono nell'equivoco antifascista dell'opposizione, quando disgraziatamente tentano di elevare a teoria aspetti superati o transeunti della nostra azione politica[8].

Nella Repubblica sociale italianamodifica | modifica wikitesto

Nel corso della seconda guerra mondiale, all'interno della Repubblica Sociale Italiana, il Partito Fascista Repubblicano, teorizzò attraverso una serie di provvedimenti radicali di attuare un fascismo rivoluzionario estrinsecato attraverso il cosiddetto Manifesto di Verona, pur non avendo i mezzi materiali, gli uomini e il controllo del territorio necessari per attuare questi stessi provvedimenti.

Lo stesso Mussolini, nel suo discorso pubblico, al teatro Lirico di Milano il 16 dicembre 1944 dichiarò:

« Mi rifiuto di qualificare di destra la cultura cui la mia rivoluzione ha dato origine. »
(Mussolini, Discorso del Lirico)

Nel 1944 al processo di Verona alcuni dei protagonisti della marcia, come De Vecchi e Grandi, sarebbero stati accusati di “aver tradito la rivoluzione fascista” tentando accordi con Facta e Salandra.

Dibattito storicomodifica | modifica wikitesto

Contestata dagli intellettuali antifascisti, che attribuivano al fascismo natura esclusivamente regressiva e reazionaria, la locuzione scomparve quasi completamente nei primi decenni del dopoguerra[9] per poi riemergere in campo storiografico revisionista degli anni settanta del XX secolo, dove essa è stata poi ripresa dagli studiosi - a partire da George Mosse e Renzo De Felice - nel dibattito sull'interpretazione degli elementi di rottura istituzionale e di discontinuità sociali e culturali provocati dai "fascismi" e nel confronto fra fascismo e nazismo[10].

Alcuni studiosi (George Mosse, Renzo De Felice, Zeev Sternhell ed Emilio Gentile) utilizzano la locuzione. In particolare De Felice sosteneva si trattasse di una "rivoluzione conservatrice"; Gentile, suo allievo, sostiene che il fascismo fosse una "rivoluzione antropologica" radicale, tesa a creare un nuovo tipo di umanità.[11]

L'interpretazione del termine rivoluzionemodifica | modifica wikitesto

Gli oppositori del fascismo stigmatizzarono fin da principio la pretesa squadrista di definire "rivoluzione" il loro movimento e quindi la presa del potere. In particolare l'antifascismo di area socialista definì la vittoria del fascismo come una forma di "successo seppur temporaneo della reazione economica capitalista sull'ascesa delle classi popolari"[12].

Antonio Gramsci, una delle menti più importanti del marxismo in Italia, in un discorso parlamentare dichiarò:

« Il fascismo lotta contro la sola forza organizzata efficientemente che la borghesia capitalistica avesse in Italia, per soppiantarla nella occupazione dei posti che lo Stato dà ai suoi funzionari. La "rivoluzione" fascista è solo la sostituzione di un personale amministrativo ad un altro personale" »
(Gramsci, discorso alla Camera del 16 maggio 1925)

Non diverso il giudizio che - dal punto di vista liberale - esprimeva Pietro Gobetti:

« La rivoluzione fascista non è una rivoluzione ma il colpo di Stato compiuto da un'oligarchia mediante l'umiliazione di ogni serietà di coscienza politica, con allegria studentesca »
(Gobetti, Dizionario delle idee)

Nel 1936 però Palmiro Togliatti, insieme ad altri 60 esponenti del PCI, nel celebre appello ai fratelli in Camicia nera si rivolse al "fascismo della prima ora", in contrapposizione al fascismo reazionario al potere[13]:

« Popolo Italiano!

Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo: Lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma »

(Togliatti, Stato Operaio)

Notemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ Per esempio con il dibattito innescato dall'uscita di Intervista sul Fascismo di Renzo De Felice
  2. ^ Fascio nell'Enciclopedia Treccani
  3. ^ Manifesto dei Fasci italiani di combattimento, pubblicato su "Il Popolo d'Italia" del 6 giugno 1919 - Wikisource
  4. ^ Emilio Gentile, Fascismo storia e interpretazione, Editori Laterza, 2007, pag.9
  5. ^ Sergio Panunzio, Il fondamento giuridico del fascismo, Bonacci, Roma, 1987, pag. 188
  6. ^ “Critica Fascista”, 1º novembre 1926, pag. 39
  7. ^ A "sinistra". La rivoluzione fascista secondo Bottai... | Fondo Magazine di Miro Renzaglia
  8. ^ Renzo De Felice,"Autobiografia del fascismo", Einaudi, pag. 136-139
  9. ^ Donatello Aramini, George L. Mosse, l'Italia e gli storici, p. 49: «...la storiografia italiana, restia come detto alle categorie concettuali elaborate dalle scienze sociali, non poteva accettare per il nazismo e il fascismo la definizione di rivoluzione, concetto che, come affermava lo storico Gastone Malacorda nel criticare alcune delle posizioni defeliciane, aveva acquisito "un significato diciamo pure positivo"».
  10. ^ Aramini, cit. pp. 56 e ss.
  11. ^ Emilio Gentile, Il Fascismo in tre capitoli, Laterza, Roma-Bari, 2004
  12. ^ Francesco Luigi Ferrari, a cinquant'anni dalla morte a cura di Giorgio Campanini, roma, 1983
  13. ^ Appello ai fratelli in camicia nera | Caos scritto

Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

  • Paolo Buchignani, La rivoluzione in camicia nera, Le Scie Mondadori, Milano, 2006
  • Carlo Talarico, La Rivoluzione francese e l'uguaglianza dei cittadini ; La rivoluzione fascista e l'uguaglianza delle categorie, Nistri-Lischi Editori, Pisa, 1933
  • Giuseppe Bottai, Dalla Rivoluzione francese alla Rivoluzione fascista, Edizioni del Diritto del Lavoro, Roma, 1931
  • Giuseppe Bottai, Il Fascismo come rivoluzione intellettuale, conferenza del 27 marzo 1924, riprodotto in Renzo De Felice, Autobiografia del fascismo. Antologia di testi fascisti 1919-1945, Minerva Italica, Bergamo, 1978, p. 171.
  • Giorgio Alberto Chiurco, Storia della Rivoluzione Fascista, Vallecchi editore, Firenze, 1929
  • Roberto Farinacci, Storia della rivoluzione fascista, Vibo Valentia, 1979, Settecolori
  • Edgardo Sulis, Rivoluzione ideale, Frenze, 1939, Vallecchi
  • Anna Panicali, Bottai: il fascismo come rivoluzione del capitale, Cappelli, Bologna, 1978
  • Paolo Buchignani, La rivoluzione in Camicia Nera. Dalle origini al 25 luglio 1943, Mondadori, 2006
  • Renzo De Felice, Breve storia del Fascismo, Mondadori, 2002
  • Renzo De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Bari, Laterza, 1969 ISBN 88-420-4595-0
  • Renzo De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di Michael Ledeen, Bari, Laterza, 1975 ISBN 88-420-5371-6
  • Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi, 1965
  • George L. Mosse, Il fascismo. Verso una teoria generale, Bari, Laterza, 1996
  • Fabio Andriola, Mussolini, prassi politica e rivoluzione sociale, Roma, Fuan, 1990

Voci correlatemodifica | modifica wikitesto

Collegamenti esternimodifica | modifica wikitesto