Sepolcro dei Domizi

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Coordinate: 41°54′40.96″N 12°28′35.21″E / 41.911378°N 12.476447°E41.911378; 12.476447

Arco del presbiterio di Santa Maria del Popolo: l'intradosso dei cunei è decorato con un altorilievo in stucco dorato che raffigura l'albero infestato dai demoni, al cui piede è posto lo scheletro di Nerone

Il Sepolcro dei Domizi, anche detto Mausoleo dei Domizi Enobarbi, è un'antica tomba della prima età imperiale, le cui vestigia sono situate a Roma, al di sotto della basilica di Santa Maria del Popolo, alle pendici del Pincio.

Qui vennero sepolte le ceneri di Nerone, che erano conservate in un'urna di porfido, sormontata da un altare di marmo lunense[1].

La distruzione del sepolcromodifica | modifica wikitesto

La distruzione del mausoleo avvenne, agli inizi del XII secolo, per volere di Papa Pasquale II, allo scopo di eliminare la memoria popolare di Nerone che ancora sopravviveva ad oltre un millennio dalla morte. Pasquale II era uomo particolarmente superstizioso, ossessionato dai corvi che volteggiavano sul noce secolare piantato nelle adiacenze della tomba dei Domizi Enobarbi. Egli era terrorizzato dall'idea che quei corvi fossero demoni in attesa della reincarnazione dell'imperatore Nerone, da secoli identificato come l'anticristo.

Occorre aggiungere che, secondo una versione molto diffusa e documentata, invece di un noce si trattava di un pioppo, populus in latino, dal quale è ragionevole dedurre discendano i toponimi della piazza e della chiesa[2][3][4].

Giovan Battista Piranesi, la presunta tomba di Nerone sulla Via Cassia

La convinzione di Pasquale era nata dallo strampalato sillogismo di alcuni autori cristiani come Vittorino, Commodiano e Sulpicio Severo, che avevano messo in relazione il passo 13-15 dell'Apocalisse di Giovanni "Bestia il cui numero è 666" con il fatto che sommando il valore numerico delle lettere che compongono le parole "Nerone Cesare" in lingua ebraica, si ottiene il numero 666.

Per nulla impressionato da tali colte sciocchezze, il popolino di Roma continuava, nella ricorrenza della morte (9 giugno), a portare fiori sulla tomba di Nerone: l'imperatore forse più amato e maggiormente rimpianto[5].

Per timore dei demoni o, più credibilmente, per impedire l'omaggio popolare a colui che la Chiesa aveva bollato come anticristo, il Papa fece radere al suolo il mausoleo dei Domizi Enobarbi e tagliare l'albero secolare. Al loro posto, fu eretta una cappella: nucleo originario di quella che oggi, dopo varie trasformazioni e ampliamenti, è la basilica di Santa Maria del Popolo, in Piazza del Popolo a Roma. Le ceneri di Nerone, con tutta probabilità, furono invece gettate nel fiume Tevere.

Al fine di placare il malcontento popolare per la profanazione, venne diffusa la voce che i resti di Nerone fossero stati traslati in un mausoleo sulla via Cassia, fuori dalle mura cittadine. Forse le autorità speravano nella distanza per scoraggiare l'annuale pellegrinaggio che, al contrario, continuò. Tant'è che a tutt'oggi la zona è denominata Tomba di Nerone, sebbene l'epigrafe latina indichi chiaramente essere il sepolcro del magistrato tortonese Publio Vibio Mariano.

Notemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ Svetonio, Nero 50.
  2. ^ Basilica Parrocchiale Santa Maria del Popolo | Padri Agostiniani O.S.A
  3. ^ Uno scrigno d'arte con pochi fedeli - Cronaca - iltempo
  4. ^ Nicola Maria Nicolaj, Memorie, leggi ed osservazioni sulle campagne e sull'annona di Roma, Roma, Pagliarini, 1803
  5. ^ Massimo Fini, Nerone

Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

  • Filippo Coarelli, Guida archeologica di Roma, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1984.
  • Massimo Fini, Nerone, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1993.
  • Edward Champlin, Nerone, Editori Laterza, 2010.