Settimana rossa

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La Settimana rossa fu un'insurrezione popolare sviluppatasi ad Ancona e propagatasi dalle Marche alla Romagna, alla Toscana e ad altre parti d'Italia, tra il 7 e il 14 giugno 1914, come reazione all'eccidio di tre manifestanti avvenuto ad Ancona ad opera della forza pubblica.

Dopo un'iniziale fiammata rivoluzionaria, con la proclamazione dello sciopero generale in tutta Italia, la Confederazione Generale del Lavoro decise la cessazione dello sciopero ed il ritorno al lavoro, il che, assieme ad una politica oculata da parte del governo Salandra, che evitò l'intervento massiccio dei militari, come pure richiesto dalle forze più conservatrici, consentì il rientro dell'insurrezione nella normalità.

Cartolina commemorativa di Antonio Casaccia, Attilio Giambrignoni e Nello Budini, i tre manifestanti rimasti uccisi ad Ancona il 7 giugno 1914, dalla cui morte prese origine la Settimana Rossa

I fattimodifica | modifica wikitesto

Il comizio a Villa Rossamodifica | modifica wikitesto

Il 7 giugno si celebrava in tutta Italia la "Festa dello Statuto" in occasione dell'anniversario della concessione dello Statuto Albertino da parte del monarca sabaudo Carlo Alberto. Le forze antimonarchiche decisero di indire per quella data manifestazioni di protesta, che rovinassero la festa a borghesi e militari.

Su «Volontà», giornale degli anarchici anconetani, si leggeva: “Il 7 giugno è la festa del militarismo imperante. Faccia il popolo che diventi giorno di protesta e di rivendicazione”.[1] L'opposizione alle politiche di guerra non era una lotta puramente ideologica. La missione in Libia impegnava moltissimi lavoratori, che venivano chiamati alle armi e, dopo aver abbandonato tutto, subivano una formazione militare che significava semplicemente disciplinamento e repressione, in un momento in cui una profonda crisi economica attraversava il paese, costringendo la popolazione ad emigrare.

Pertanto, ad Ancona, come in altre località delle Marche, furono convocati comizi antimilitaristi, per chiedere l'abolizione delle "Compagnie di Disciplina nell'Esercito", dove molti militanti rivoluzionari venivano inviati a scopo "rieducazionale", e per protestare contro il militarismo, contro la guerra di Libia e a favore di Augusto Masetti e Antonio Moroni, due militari di leva. Il primo era rinchiuso come pazzo in manicomio criminale per aver sparato al suo colonnello prima di partire per la guerra di Libia, l'altro invece era stato inviato in una Compagnia di Disciplina per le sue idee (era un socialista della linea sindacalista-rivoluzionaria).

Il presidente del consiglio Salandra, temendo che le varie manifestazioni programmate da anarchici, repubblicani e socialisti potesse degenerare in turbamenti dell'ordine pubblico, decise di proibirle.

Gli organizzatori dell'iniziativa di Ancona, l'allora repubblicano Pietro Nenni e l'anarchico Errico Malatesta, decisero quindi di spostare il comizio pubblico in una sede privata, alla "Villa Rossa"[2], sede del partito repubblicano anconetano, alle ore 18,00.

Alla presenza di circa 500/600 persone, repubblicani, anarchici e socialisti, parlarono il segretario della Camera del Lavoro, Alfredo Pedrini, i dirigenti del Sindacato Ferrovieri Italiano[3], Livio Ciardi e Sigilfredo Pelizza, Ercoli per i socialisti, Errico Malatesta per gli anarchici e Oddo Marinelli[4] per i giovani repubblicani.

La maggior parte degli storici dà per presente all'evento, anzi fra gli oratori, il giovane esponente repubblicano Pietro Nenni. Di diverso avviso è la ricostruzione di Marco Severini, secondo il quale il 7 maggio Nenni si trovava a Jesi, dove pure erano previste iniziative di protesta.[5]

Quando la riunione alla Villa Rossa ebbe termine e i partecipanti lasciarono l'edificio, furono circondati dalle forze dell'ordine, che volevano evitare che potessero spostarsi nella vicina piazza Roma, dove si stava tenendo un concerto della banda militare nell'ambito delle celebrazioni per la festa dello Statuto.

Ancona, Via Torrioni - Targa commemorativa dei caduti della Settimana Rossa collocata dagli anarchici e repubblicani anconetani

La forza pubblica, volutamente distribuita su due ali in modo da bloccare l'accesso alla piazza e far defluire la folla in fila indiana verso la periferia della città, dopo aver avvisato i manifestanti con ripetuti squilli di tromba, iniziò a picchiare indiscriminatamente, mentre dai tetti e dalle finestre delle case furono lanciati pietre e mattoni. Alcuni colpi di pistola vennero esplosi: secondo i dimostranti da una guardia di pubblica sicurezza, mentre i carabinieri sostennero che fossero partiti dalla folla. A seguito di questo, i carabinieri aprirono il fuoco: spararono circa 70 colpi. Tre dimostranti furono uccisi: Antonio Casaccia, di 24 anni, e Nello Budini, di 17 anni, entrambi repubblicani, morirono all'ospedale, mentre l'anarchico Attilio Giambrignoni, di 22 anni, morì sul colpo. Vi furono anche cinque feriti tra la folla e diciassette tra i carabinieri.

Pietro Nenni, all'epoca della "settimana rossa" esponente repubblicano

Pietro Nenni, qualche tempo dopo, disse che a volere l'eccidio a tutti i costi era stata la polizia di Ancona, che lo aveva provocato e premeditato in combutta con le forze reazionarie.

Le reazioni all'eccidiomodifica | modifica wikitesto

Un'ondata di indignazione si sparse subito per tutta la città, mentre le forze di polizia si tenevano cautamente distanti.

Il Comitato Centrale del Sindacato dei Ferrovieri (d'ispirazione massimalista, contrapposto a quello aderente alla Confederazione Generale del Lavoro, considerato troppo riformista) era riunito ad Ancona e, su proposta di Malatesta, dichiarò lo sciopero di categoria, che, per motivi organizzativi, iniziò il 9 giugno, in concomitanza con i funerali dei manifestanti uccisi, e in alcune regioni solo il 10.

Mussolini, all'epoca della "settimana rossa", direttore del quotidiano socialista "Avanti!"

Ai funerali dei tre giovani partecipò una folla immensa, che attraversò tutta la città; a parte la violenza verbale degli slogan scanditi e qualche piccola scaramuccia le esequie si svolsero in maniera abbastanza tranquilla.

Ma intanto la notizia dell'eccidio si era sparsa in tutta Italia, dando origine a manifestazioni, cortei e scioperi spontanei.

In particolare, ad infiammare gli animi erano gli appelli di Benito Mussolini, direttore del quotidiano socialista Avanti!, che proprio ad Ancona, poco tempo prima, al XIV Congresso del PSI del 26, 27 e 28 aprile 1914, aveva colto un grande successo personale, con una mozione di plauso per i successi di diffusione e di vendite del giornale del Partito, tributatagli personalmente dai congressisti.[6]

Così il futuro duce incitava le masse popolari sul giornale socialista[7]:

« Proletari d'Italia! Accogliete il nostro grido: W lo sciopero generale. Nelle città e nelle campagne verrà su spontanea la risposta alla provocazione. Noi non precorriamo gli avvenimenti, né ci sentiamo autorizzati a tracciarne il corso, ma certamente quali questi possano essere, noi avremo il dovere di secondarli e di fiancheggiarli. Speriamo che con la loro azione i lavoratori italiani sappiano dire che è veramente l'ora di farla finita. »

Con quest'articolo Mussolini, facendo leva sulla popolarità di cui godeva nel movimento socialista e sulla grande diffusione del giornale, di fatto costrinse la Confederazione generale del lavoro a dichiarare lo sciopero generale, strumento di lotta che determinava il blocco di ogni attività nel Paese, di cui il sindacato riteneva di dover fare uso solo in circostanze eccezionali.

Il socialista Arturo Labriola commemora i tre operai uccisi durante la Settimana Rossa, Napoli, 1914

Mussolini strumentalizzò i moti popolari anche a fini politici interni al mondo socialista: la direzione del Partito Socialista uscita dal Congresso di Ancona era in mano ai massimalisti rivoluzionari, ma i riformisti erano ancora maggioritari nel gruppo parlamentare e nella CGdL.

Il 10 giugno si tenne un comizio all'Arena di Milano di fronte a 60.000 manifestanti, mentre il resto dell'Italia era in lotta e paralizzata, la Romagna e le Marche insorte e i ferrovieri avevano finalmente annunciato di aderire allo sciopero generale. Dopo che gli oratori riformisti di tutti i partiti avevano gettato acqua sul fuoco dicendo che questa non era la rivoluzione, ma solo protesta contro l'eccidio di Ancona, e che non ci si sarebbe fatti trascinare in un'inutile carneficina, intervennero Corridoni e Mussolini. Quest'ultimo esaltò la rivolta. Ecco il resoconto del suo infuocato discorso, pubblicato il giorno dopo sull'Avanti![8]:

« A Firenze, a Torino, a Fabriano vi sono altri morti e altri feriti, occorre lavorare nell'esercito perché non si spari sui lavoratori, occorre far sì che il soldo del soldato sia presto un fatto compiuto. .... Lo sciopero generale è stato dal 1870 ad oggi il moto più grave che abbia scosso la terza Italia .... Non è stato uno sciopero di difesa, ma di offesa. Lo sciopero ha avuto un carattere aggressivo. Le folle che un tempo non osavano nemmeno venire a contatto della forza pubblica, stavolta hanno saputo resistere e battersi con un impeto non sperato. Qua e là la moltitudine scioperante si è raccolta attorno a quelle barricate che i rimasticatori di una frase di Engels avevano, con una fretta che tradiva preoccupazioni oblique, se non la paura, relegato fra i cimeli delle romanticherie quarantottesche. Qua a là, sempre a denotare la tendenza del movimento, si sono assaltati i negozi dagli armaioli; qua e là hanno fiammeggiato degli incendi e non già delle gabelle come nelle prime rivolte del Mezzogiorno, qua e là sono state invase le chiese. ... Se – puta caso – invece dell’on. Salandra, ci fosse stato l’on. Bissolati alla Presidenza del Consiglio, noi avremmo cercato che lo sciopero generale di protesta fosse stato ancora più violento e decisamente insurrezionale. .... Soprattutto un grido è stato lanciato seguito da un tentativo, il grido di: "Al Quirinale". »
(BENITO MUSSOLINI)

In sintonia con lui si espressero sia il repubblicano che l'anarchico che intervennero poi. Dal canto suo, Malatesta scriveva sul periodico anarchico «Volontà» del 12 giugno 1914[9]:

« Non sappiamo ancora se vinceremo, ma è certo che la rivoluzione è scoppiata e va propagandosi. La Romagna è in fiamme; in tutta la regione da Terni ad Ancona il popolo è padrone della situazione. A Roma il governo è costretto a tenersi sulle difese contro gli assalti popolari: il Quirinale è sfuggito, per ora, all'invasione della massa insorta, ma è sempre minacciato. A Parma, a Milano, a Torino, a Firenze, a Napoli agitazioni e conflitti. E da tutte le parti giungono notizie, incerte, contraddittorie, ma che dimostrano tutte che il movimento è generale e che il governo non può porvi riparo. E dappertutto si vedono agire in bella concordia repubblicani, socialisti, sindacalisti ed anarchici. La monarchia è condannata. Cadrà oggi, o cadrà domani, ma cadrà sicuramente e presto. »

Proprio per scongiurare il rischio che la monarchia potesse sentirsi minacciata e dichiarare lo stato d'assedio e il passaggio dei poteri pubblici ai militari, la Confederazione generale del lavoro dichiarò concluso lo sciopero dopo solo 48 ore, invitando i lavoratori a riprendere la loro attività.

Ciò frustrò gli intenti bellicosi ed insurrezionali di Mussolini che, sull'Avanti! del 12 giugno 1914, non si paventò dall'accusare di fellonia i capi sindacali confederali, che facevano riferimento alla componente riformista del PSI, accusando: "La Confederazione del Lavoro, nel far cessare lo sciopero, ha tradito il movimento rivoluzionario". [10]

Malatesta, a sua volta, incitò alla prosecuzione dell'insurrezione, ignorando gli ordini della C.G.d.L.[11]:

« Si è fatto correr la voce che la Confederazione Generale del Lavoro ha ordinato la cessazione dello sciopero. La notizia manca di ogni prova, ed è probabile sia stata inventata e propagata dal governo [...] Ma fosse anche vera, essa non servirebbe che a marchiare d'infamia coloro che avrebbero tentato il tradimento. La Confederazione Generale del Lavoro non sarebbe ubbidita [...] E poi, ancora una volta, ora non si tratta più di sciopero, ma di RIVOLUZIONE. Il movimento incomincia adesso, e ci vengono a dire di cessarlo! Abbasso gli addormentatori! Abbasso i traditori! Evviva la rivoluzione! »

I moti dalle Marche si propagarono nella Romagna, in Toscana ed in altre parti d'Italia. In particolare, in Romagna, dove il movimento repubblicano e quello anarchico erano una componente fondamentale delle sinistre, la rivolta assunse un carattere decisamente rivoluzionario: chiese (quella di Villanova di Bagnacavallo fu distrutta) e municipi (quello di Alfonsine (Ra) fu incendiato) vennero assaltati, il generale venne fatto prigioniero, in alcune piazze venne eretto l'albero della libertà, ripreso direttamente dalla rivoluzione francese. I dimostranti bloccarono le linee ferroviarie, tagliarono i fili telefonici e telegrafici e abbatterono i pali per impedire lo spostamento delle truppe e le comunicazioni e quindi l'organizzazione della repressione. Interrotta la distribuzione dei giornali, le false notizie circa il successo della rivoluzione aumentavano ancora di più l'entusiasmo degli insorti.

Così commentava le violenze commesse dagli insorti «Il Lamone», settimanale repubblicano di Faenza[12]:

« «Cosa sono mai le violenze che tanto vi spaventano e che tanto orrore vi destano, di fronte alla somma di violenze che voi, tutto il giorno, tutto l'anno, perpetrate sulla pelle della povera gente, che uccidete o fate uccidere, o che depredate colle vostre leggi?» »

Come detto, lo sciopero generale durò solo un paio di giorni, mentre il moto rivoluzionario andò man mano esaurendosi dopo che, per una settimana, aveva tenuto in scacco intere zone del paese.

Il 20 giugno 1914 il gruppo parlamentare socialista, in maggioranza moderato e riformista, smentì Mussolini sui fatti della "Settimana Rossa", ribadendo la tradizionale posizione gradualista e parlamentare del gruppo dirigente "storico" del PSI, affermando che la rivolta fosse stata:

« la fatale e anche troppo preveduta conseguenza della stolta politica delle classi dirigenti italiane, la cui cieca pervicacia nel sostituire alle urgenti riforme economiche e sociali i criminosi sperperi militaristi e pseudocolonialisti frustra l'opera educatrice e disciplinatrice del partito socialista per la trasformazione graduale degli ordinamenti politici e sociali e riabilita nelle masse il culto della violenza... [in contrasto con] ...il concetto fondamentale del socialismo internazionale moderno, giusta il quale le grandi trasformazioni civili e sociali ed in particolare l'emancipazione del proletariato dal servaggio capitalistico non si conseguono mercé scatti di folle disorganizzate, il cui insuccesso risuscita e riattizza le più malvagie e stupide correnti del reazionarismo interiore. Occorre dunque rimanere più che mai sul terreno parlamentare e nella propaganda fra le masse nella più decisa opposizione a tutti gli indirizzi di governo militaristi, fiscali, protezionisti e di vigilare per la difesa ad oltranza a qualunque costo delle insidiate pubbliche libertà, intensificando al tempo stesso l'opera assidua e paziente, la sola veramente rivoluzionaria, di organizzazione, di educazione, di intellettualizzazione del movimento proletario. »

Alla fine dello stesso mese, il 28 giugno 1914, l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo sposterà l'attenzione italiana sulle dinamiche europee che porteranno alla prima guerra mondiale, contrapponendo interventisti e neutralisti, fino all'ingresso in guerra del 24 maggio 1915.

La Settimana rossa, in particolare nelle zone dell'anconetano e del ravennate, lascerà una traccia profonda nell'immaginario popolare come un momento in cui il proletariato aveva unitariamente dato prova della propria combattività, arrivando a sfiorare per un fugace attimo l'ebbrezza della rivoluzione sociale.

Come scrisse più tardi Pietro Nenni[13]:

« Furono sette giorni di febbre, durante i quali la rivoluzione sembrò prendere consistenza di realtà, più per la vigliaccheria dei poteri centrali e dei conservatori che per l'urto che saliva dal basso... Per la prima volta forse in Italia colla adesione dei ferrovieri allo sciopero, tutta la vita della nazione era paralizzata. »
(Pietro Nenni, Lo spettro del comunismo, 1914-1921, 1921)

La rivolta fallì a causa della mancanza di unità: non c'erano organizzazioni in grado d'incanalare le forze e dare loro un programma.

Notemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ citato in LA SETTIMANA ROSSA DEL 1914.
  2. ^ Nel centro storico di Ancona, nei pressi dell'incrocio tra via Torrioni e via Montebello.
  3. ^ Sindacato di ispirazione rivoluzionaria, autonomo dalla Confederazione Generale del Lavoro, avente sede nazionale ad Ancona.
  4. ^ Oddo Marinelli (Ancona, 24 gennaio 1888 - 15 gennaio 1972), è stato un giornalista, avvocato e politico italiano. Entrato giovanissimo nel movimento repubblicano delle Marche, nel 1905 fondò la testata giovanile La Giovane Italia, che diresse per sette anni. Nel 1908 fu arrestato dalla polizia asburgica a Trieste per aver svolto propaganda repubblicana e filoitaliana, nel 1911 fu tra i sostenitori degli insorti albanesi. Laureatosi ad Urbino nel 1912 e divenuto avvocato, aderì alla Massoneria con il fratello Manlio, di due anni più anziano di lui. Insieme contribuirono a fondare nella città dorica il circolo giovanile repubblicano, per poi continuare l'attività politica attraverso una serie di iniziative che li vide militanti in una città dove gli ideali libertari e democratici godevano tradizionalmente di largo consenso. Amico e compagno di partito di Pietro Nenni, allora repubblicano e direttore de “La Voce” di Jesi e poi del giornale anconetano “Lucifero”, Oddo ne condivise le posizioni e la vena antigovernativa. Negli anni tra il 1912 e il 1913, Marinelli promosse ad Ancona la costituzione della Federazione dei portuali. Con Nenni ed Errico Malatesta, fu uno degli organizzatori e oratori del comizio antimilitarista del 7 giugno 1914 alla Villa Rossa di Ancona, al termine del quale si determinarono gli scontri con le forze dell'ordine che diedero l'avvio ai moti rivoluzionari della "Settimana rossa". In conseguenza di ciò, per non venire arrestato espatriò in Svizzera. Sempre nel 1914 fu eletto consigliere comunale e provinciale. Scoppiata la prima guerra mondiale, si arruolò volontario come tenente di Artiglieria. Nel 1919 era a Trieste, redattore capo del quotidiano Era nuova. L'anno successivo era di nuovo ad Ancona a dirigervi il periodico locale repubblicano Lucifero. Nell'agosto del 1922 tentò vanamente di impedire che i fascisti defenestrassero l'amministrazione repubblicana della città, di cui lui stesso faceva parte. Con l'avvento del fascismo, Oddo Marinelli mantenne il suo atteggiamento di contrarietà al regime e, da avvocato, difese antifascisti e, soprattutto, lavoratori licenziati da aziende dell'Anconetano, venendo accusato di sabotaggio del sindacato fascista. Nel gennaio del 1930, in occasione del matrimonio di Umberto II di Savoia, fu incarcerato "a scopo precauzionale" con altri repubblicani e anarchici marchigiani. Pur costantemente attenzionato dalla questura, Marinelli riuscì a continuare la sua professionale di legale. Nel 1942, ad Ancona, partecipò alla nascita del Partito d'Azione e nel 1943, per sfuggire ad una retata dell'OVRA, riparò a Roma. Subito dopo l'armistizio assunse, a nome della Concentrazione antifascista anconetana, la direzione del quotidiano locale Corriere Adriatico, il cui edificio venne occupato militarmente dai partigiani capitanati da Gino Tommasi, riuscendo ad editare cinque numeri del quotidiano prima dell'arrivo dei tedeschi ad Ancona. Durante la Resistenza fu presidente del CLN regionale. Con la liberazione delle Marche Marinelli fu nominato prefetto di Ancona; fu anche sindaco di Jesi. Membro della Consulta nazionale, per un breve periodo fece parte, per il PRI, dell'Assemblea Costituente. Nell'immediato dopoguerra Pacciardi candidò Marinelli a presidente nazionale dell'INAIL. Dal 1952 al 1965 ricoprì l'incarico di presidente dell'Opera Nazionale Combattenti. Nel 1960 pubblicò "La Resistenza marchigiana e la Consulta nazionale". Notizie tratte dalla scheda dedicata ad Oddo Marinelli nel sito nazionale dell'ANPI
  5. ^ cfr. Marco Severini, Nenni il sovversivo. L'esperienza a Jesi e nelle Marche (1912-1915), Venezia, Marsilio, 2007.
  6. ^ cfr. Alfonso Maria Capriolo, Ancona 1914: la sconfitta del riformismo italiano, in Avanti! online, 25 aprile 2014
  7. ^ cfr. Avanti! del 10 giugno 1914
  8. ^ cfr. Avanti! dell'11 giugno 1914
  9. ^ Errico Malatesta, «Volontà», 12 giugno 1914, riportato in La Settimana Rossa su Anarcopedia, l'enciclopedia anarchica multilingue sul web.
  10. ^ Cfr. Renzo De Felice, "Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920", Collana Biblioteca di cultura storica, Einaudi, Torino, 1965.
  11. ^ Errico Malatesta, «Volontà», 12 giugno 1914, riportato in La Settimana Rossa su Anarcopedia, l'enciclopedia anarchica multilingue sul web.
  12. ^ Cfr. «Il Lamone», 21 giugno 1914, riportato in http://ita.anarchopedia.org/Settimana_Rossa
  13. ^ Cfr. Nenni e la Settimana Rossa nel sito dedicato alla storia del comune di Alfonsine.

Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

  • Luigi Lotti, La Settimana rossa, Le Monnier, Firenze 1972
  • La Settimana rossa nelle Marche, a cura di Gilberto Piccinini e Marco Severini, Istituto per la storia del movimento democratico e repubblicano nelle Marche, Ancona, 1996
  • Alessandro Luparini, Settimana rossa e dintorni. Una parentesi rivoluzionaria nella provincia di Ravenna, Edit Faenza, Faenza 2004
  • Massimo Papini, Ancona e il mito della Settimana rossa, Affinità elettive, Ancona 2013
  • La Settimana rossa, a cura di Marco Severini, Aracne, Ariccia, 2014

Voci correlatemodifica | modifica wikitesto

Altri progettimodifica | modifica wikitesto

Collegamenti esternimodifica | modifica wikitesto