Strage di Addis Abeba

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Strage di Addis Abeba
19 febbraio 1937Graziani con l'abuna Kirillos nel Ghebì poco prima dell'attentato.jpg
Il Vicerè Graziani al centro con alla sua destra l'abuna Cirillo, poco prima dell'attentato
Stato Etiopia Etiopia
Luogo Addis Abeba
Obiettivo Civili
Data 19-21 febbraio 1937
Morti Non c'è concordanza nelle fonti vedi
Responsabili Civili italiani, reparti del Regio Esercito, squadre fasciste
Motivazione Rappresaglia

Con il termine strage di Addis Abeba si fa riferimento a tre giorni consecutivi di indiscriminata e sanguinosa rappresaglia, compiuti tra il 19 e il 21 febbraio 1937[1] nella capitale dell'allora Impero etiope, ad opera di civili e militari italiani e squadre fasciste contro i civili etiopi. Le uccisioni seguirono il fallito attentato contro il Viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani: il mattino del 19 febbraio, due giovani eritrei della resistenza etiope, Abraham Deboch e Mogus Asghedom, tentarono di assassinare il Viceré e le autorità italiane ed etiopi presenti durante una cerimonia presso il recinto del Piccolo Ghebì del palazzo Guennet Leul di Addis Abeba con il lancio di alcune bombe a mano[2].

L'attentato causò la morte di sette persone e il ferimento di circa cinquanta presenti, tra cui Graziani, i generali Aurelio Liotta e Italo Gariboldi, il vice-governatore generale Armando Petretti e il governatore di Addis Abeba Alfredo Siniscalchi. La rappresaglia italiana che ne seguì, sfociò in un vero e proprio massacro che causò la morte di migliaia di civili etiopi[3].

La scala del massacro ebbe un effetto determinante sullo sviluppo del movimento patriottico di resistenza etiope degli arbegnuoc durante il periodo dell'occupazione italiana tra il 1936 e il 1941, e dal dopoguerra viene celebrato nel calendario etiopico nel giorno "Yekatit 12" (19 febbraio), data che dà anche il nome ad una delle piazze principali della capitale etiope.

Premessemodifica | modifica wikitesto

Dopo dieci mesi di lotta e la quasi completa liquidazione delle forze del ras Destà, nel gennaio 1937 il generale Graziani, certo di avere ormai in mano la situazione ad Addis Abeba e nel resto del paese, consentì ai suoi collaboratori più stretti di stabilirsi nella capitale, mentre egli lasciò Addis Abeba il 7 gennaio per dirigere in prima persona le operazioni finali contro l'armata di ras Destà nella provincia del Sidamo. Poiché queste si protrassero più a lungo del dovuto, Graziani, ansioso di dimostrare al mondo di aver ormai le mani sull'intero paese, con un grossa scorta armata intraprese un viaggio di tremila chilometri tra Neghelli, Dolo, Mogadiscio, Giggiga, Harar e Dire Daua, con il solo scopo di palesare alla stampa estera che le vie di comunicazione nell'impero erano ormai aperte e sicure[4]. Gran parte del territorio sembrava infatti sotto controllo: soltanto nello Scioa era ancora presente una forte guerriglia contro l'occupante italiano[5]. Ma quando l'11 febbraio tornò ad Addis Abeba, la sua sicurezza cominciò a scemare. Il Vicerè si accorse che la disciplina si era allentata, i saluti alle autorità non avevano la dovuta prontezza, e gli giunse all'orecchio che molti etiopi, non vedendolo da tempo, erano convinti che fosse morto e che gli italiani ad Addis Abeba avessero ormai i giorni contati. Graziani inoltre venne avvertito dal generale Olivieri che in città erano presenti alcuni «elementi capaci di tutto» e, tra questi, il giovane Keflè Nasibù, che aveva partecipato all'eccidio di Lechemti contro una spedizione italiana nel 1936[6].

I segnali di una congiura nei confronti della sua figura fecero crescere in Graziani molti sospetti, che rivelò pubblicamente il 17 febbraio nella sala udienze del Piccolo Ghebì, dove 34 dignitari etiopi giunti da Gibuti, Gore e Soddo, giurarono fedeltà all'Italia con atto di sottomissione. In quell'occasione Graziani pronunciò un violento discorso intriso di odio razziale, insulti e provocazioni, quasi avvertisse che fra i 34 notabili vi fossero anche i capi del fantomatico complotto[7]. «Parecchi di coloro che oggi si sottomettono, più che sottomessi dovrebbero essere considerati prigionieri di guerra, essendosi arresi sul campo di battaglia insieme a ras Immirù. Ciò significa che non si sono sottomessi spontaneamente, ma lo hanno fatto quando avevano l'acqua al collo [...]»[8]. Dopo questo preambolo minaccioso, Graziani affrontò il problema che più lo preoccupava, ossia la ridda di voci che lo volevano morto durante il periodo di sua assenza: «Il vostro difetto principale è l'abitudine alla bugia. La menzogna è alla base di ogni vostro pensiero [...]. Secondo le voci che circolavano nelle vostre case ras Destà avrebbe vinto le truppe italiane e sarebbe entrato ad Addis Abeba. Graziani era morto. [...] E credete voi che sia possibile andare avanti in questa atmosfera di panzane e di menzogne?»[8]. Quindi, ricordando che i notabili di fronte a lui erano tutti di etnia Amhara, Graziani proseguì con una violenta invettiva: «Durante il mio viaggio [...], ho constatato che ovunque il nome degli Amhara è circondato dall'odio delle popolazioni [...]. Credo non esista al mondo, gente più odiata di costoro. Basterebbe che l'Italia lasciasse fare, e tutti sarebbero scannati dall'odio delle genti locali. Avete governato con l'ingiustizia e la sopraffazione, con la violenza e col ladrocinio e raccogliete, naturalmente, l'odio. [...] Dio che ha distrutto Babilonia, ha voluto la fine del governo scioano che era un insulto alla civiltà del mondo»[8]. Proseguendo nel discorso Graziani invitò quindi i notabili di Amhara a lasciare "spontaneamente" le terre non loro, fissando in un certo qual modo una politica anti-amhara, della quale aveva trovato inspiratori nelle figure del ministro dell'Africa Italiana Alessandro Lessona e del suo consigliere Enrico Cerulli[8], entrambi forti sostenitori della politica di separazione razziale nell'Africa orientale italiana[9] che mirava, come osservò lo storico Giorgio Rochat, all'eliminazione politica e culturale della classe dirigente amhara, minacciandone la stessa esistenza fisica[10].

L'attentato a Grazianimodifica | modifica wikitesto

In questo clima di tensione si arrivò alla mattinata del 19 febbraio, giorno della Purificazione della Vergine secondo il calendario copto quando, per solennizzare la nascita del primogenito del principe Umberto II di Savoia, erede al trono imperiale, Graziani decise di distribuire cinquemila talleri d'argento ai poveri di Addis Abeba. Riesumando questa antica tradizione abissina, il Vicerè voleva dimostrare la generosità del governo italiano rispetto a quello negussita, cercando di rompere con un gesto distensivo il clima di insicurezza che regnava in città[11]. Verso le ore 11:00, Graziani, assieme al gruppo di autorità italiane, l'abuna Cirillo e il degiac Hailè Selassiè Gugsa stazionava in cima alla scalinata d'ingresso del Piccolo Ghebì, mentre a circa una quindicina di metri di distanza dagli scalini erano allineati in tre file, circa duecento notabili, dietro ai quali, c'era la massa di poveri. Questi in fila ordinata, si avvicinavano al tavolo dal quale uno zaptié donava loro una moneta d'argento. Meno di un'ora dopo, dalla folla di indigenti che si accalcavano dietro le file di notabili, venne lanciata la prima granata, la quale esplose sul cornicione della pensilina d'accesso al palazzo senza colpire i partecipanti alla celebrazione. Pochi istanti dopo la seconda bomba sfiorò la testa delle autorità italiane senza fare danni, mentre la terza investì in pieno Graziani e gli altri che stavano in prima fila[12]. In pochi secondi si scatenò il caos, l'inviato del Corriere della Sera Ciro Poggiali riportò nel suo diario la descrizione di quei primi momenti: «Graziani, che aveva fatto un balzo dagli scalini, l'aveva vista passare sopra la propria testa e gli era esplosa alle spalle, [...] cadde a terra bestemmiando»; «Il povero generale Liotta che mi stava a fianco, ci rimette una gamba. L'abuna Cirillo, che mi sta all'altro fianco, è colpito da parecchie schegge, cade addosso a me e mi copre con la sua tozza persona»[13]. Mentre altre bombe venivano lanciate, il panico si diffuse rapidamente: chi non si trovò ferito fuggì alla svelta, mentre i feriti si trascinarono cercando riparo; ma vi fu anche chi mantenne la calma, tra coloro vi fu il colonnello Amantea che, dopo aver strappato il moschetto dalle mani di un milite, prese a sparare su coloro che ritenne a prima vista gli attentatori. Reagì a sangue freddo anche il capitano Di Dato che colpì con un colpo di pistola lo scek Adbullah e un somalo non identificato. Nel trambusto Graziani, ferito da innumerevoli schegge sul dorso e nelle gambe, stava rischiando di morire dissanguato, ma con grande lucidità chiamò a sè il generale Gariboldi, ordinandogli di requisire un'automobile qualsiasi e condurlo all'ospedale, e di mettere subito in stato d'assedio la città[14]. Mentre il Vicerè veniva condotto in ospedale, nel recinto del piccolo Ghebì, carabinieri e soldati sprangarono le uscite e, con l'aiuto di spahis libici e alcuni avieri sopraggiunti da una vicina caserma, aprirono il fuoco sugli etiopi lì presenti, nobili o mendicanti che fossero, facendo decine di vittime e ammassando gli altri nei saloni del palazzo. Nel recinto la sparatoria durò per quasi tre ore, e quando cessò: «il piazzale del Piccolo Ghebì era letteralmente coperto di cadaveri», come testimoniò Antonio Dordoni nel 1965[15].

Approfittando dello scompiglio generale, i due attentatori eritrei Abraham Deboch e Mogus Asghedom, uscirono dal palazzo seguendo un percorso studiato in precedenza fino a raggiungere l'automobile del complice Semeon Adefres, che li condusse nella città conventuale di Debra Libanos. In seguito i due attentatori raggiunsero le formazioni partigiane di ras Abebè Aregai, con quali avrebbero operato per un certo periodo, prima di intraprendere un viaggio verso il Sudan, dove verranno uccisi in circostanze poco chiare. Semeon Adefres invece fu catturato dopo che la sua assenza da Addis Abeba fu segnalata all'Ufficio Politico della capitale e, dopo essere stato tratto in arresto, venne torturato fino alla morte[16].

Il federale Cortese, uno dei primi organizzatori della rappresaglia contro i civili di Addis Abeba

Il bilancio dell'attentato fu gravissimo, sette morti, tra cui un carabiniere, due soldati di sanità, due zaptiè, un tecnico italiano che aveva curato l'impianto degli altoparlanti e un chierico copto che reggeva l'ombrello dell'abuna. I feriti furono circa una cinquantina, tra cui i già citati Graziani e Gariboldi, il vice-governatore generale Armando Petretti, i generali Liotta e Armando, i colonnelli Mazzi e Amantea, il governatore di Addis Abeba Siniscalchi, l'onorevole Fossa, il federale Cortese, l'abuna Cirillo, l'ex ministro etiopico a Roma Ghevre Jesus Afework e i giornalisti Appelius, Pegolotti, Ciro Poggiali e Italo Papini. Il più grave di tutti fu il generale Liotta che perse l'occhio destro e una gamba, mentre Graziani fu investito da circa 350 schegge e appena giunto all'ospedale della Italica Gens venne velocemente operato per fermare l'emorragia[17].

Nel frattempo da Roma arrivarono le prime direttive ufficiali di Benito Mussolini:«Non attribuisco al fatto una importanza maggiore di quella che effettivamente ha, ma ritengo che esso debba segnare l'inizio di quel radicale ripulisti assolutamente, a mio avviso, necessario nello Scioa». Nel frattempo Graziani senza attendere ordini da Roma, aveva già fatto telegrafare ai governatori delle altre regioni di agire con il «massimo rigore al primo manifestarsi di moti alle periferie», ma ad Addis Abeba non fu Graziani a prendere l'iniziativa, bensì il federale Guido Cortese, che, con il beneplacido di Graziani, mobilitò alcune centinaia di civili, li divise in squadre e li lanciò contro i quartieri poveri della città, con lo scopo di «dare una lezione agli abissini»[18]. Non si trattò di una repressione pianificata, anche se la mobilitazione di squadre era prevista in caso di attacco della capitale, ma di una serie di azioni terroristiche cui parteciparono volontariamente persone di tutti gli ambienti, con il concorso morale della colonia e l'appoggio di truppe regolari e carabinieri[18].

La rappresagliamodifica | modifica wikitesto

Bilancio e conseguenzemodifica | modifica wikitesto

Lo sviluppo della resistenzamodifica | modifica wikitesto

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Arbegnuoc.

È ormai accertato che la scala dei massacri ebbe una profonda influenza sul pensiero etiope del tempo e il rafforzamento del movimento di resistenza. Il quotidiano New Times e l'Etiopia Notizie di Gibuti riferirono poco dopo le uccisioni che l'11 marzo Addis Abeba era "praticamente deserta dagli etiopi", aggiungendo che dopo i massacri "gli etiopi sanno che hanno un'altra alternativa che è la lotta. Coloro che hanno lasciato Addis Abeba sanno molto bene quello che deve attendere l'Italia e che continueranno a combattere"[19].

Una delle principali conseguenze della strage fu il rafforzamento delle truppe del ras Abebe Aregai, il principale leader della resistenza nella Shoa, "con circa 10.000 uomini", secondo Blatta Dawit. Molti altri movimenti aumentarono i loro punti di forza nel corso di questo primo anno di occupazione italiana[19].

Il bilancio dei massacrimodifica | modifica wikitesto

Non vi è concordanza sull'esatto numero di vittime causate dalla strage. Un memorandum etiope reso noto nel 1945 al termine della seconda guerra mondiale le calcolò in 30.000[20], cifra ripresa poi da alcuni autori come Saheed Adejumobi il quale riporta anche una stima di 10.000 feriti[21]. Altri autori ritengono questa stima esagerata e abbassano notevolmente la cifra: Angelo Del Boca[22], Alberto Sbacchi[20] ed Anthony Mockley[23] stimano circa 3.000 vittime totali, Giorgio Rochat[24] stima tra le 3.000 e le 6.000 vittime.

Un corrispondente del Manchester Guardian, citando il ministro francese ad Addis Abeba, riferì una stima di 6.000 etiopi massacrati in tre giorni. Il consolato britannico disse che "riconobbe 2.000 nomi".

Nel massacro degli etiopi della capitale i fascisti uccisero molti etiopi che avevano ricevuto un'istruzione all'estero, in Inghilterra o negli Stati Uniti. Fra i morti, vi furono Tsege Markos Tekle Wolde, Gabre Medhen Awoqe, Ayenna Birru, Yohannes Boru e Yosuf e Benjamin Martin figlio del ministro etiope che aveva studiato a Londra, Besha Worrid Hapte Wold e Makonnen Haile studenti negli Stati Uniti e lo studente Kifle Nassibu che aveva studiato in Francia[19].

La condanna e la memoria dei criminimodifica | modifica wikitesto

Nel 1950, un tribunale italiano condannò Graziani come collaborazionista dei nazisti a 19 anni di carcere, ma questi scontò solo pochi mesi prima di essere rilasciato.

Nel 1989, il giornalista della BBC Ken Kirby realizzò per la prima volta un documentario, Fascist Legacy, che include la ricostruzione dei massacri perpetrati dagli italiani in Etiopia. Dopo la sua prima trasmissione che scioccò i britannici, la Rai acquistò i diritti del documentario che tuttavia non fu più trasmesso in onda.

Un monumento in memoria delle vittime di questi massacri è ora situato in Addis Abeba in piazza "Yekatit 12".[25]

Testimonianze direttemodifica | modifica wikitesto

Varie descrizioni degli eventi che si svolsero ad Addis Abeba tra il 19 e il 21 febbraio 1937 sono fornite da testimoni presenti ai fatti.

Uno dei primi esempi venne dato dal medico ungherese Ladislav Sava o Shaska. Egli ricorda che subito dopo l'attacco, il leader del partito fascista, Guido Cortese:

(IT)

« Convocó le camicie nere presso la sede del fascio: i capi per una consultazione e chiedendo ad altri di essere pronti a ricevere gli ordini. Ben presto essi armati uscirono dalla sede del fascio correndo in tutte le direzioni. Chiunque nelle città era un obiettivo ma ciò che è realmente accadde fu peggio di qualsiasi cosa che si potesse immaginare. È necessario che lo dica ed questo è la verità, il sangue realmente scorreva per le strade. Corpi di uomini, donne e bambini giacevano ovunque, sopra di essi volteggiavano gli avvoltoi. Enormi fiamme dalle loro case bruciate illuminavano la notte africana.

Il maggior massacro si è verificato dopo le sei di sera... In quella notte terribile, gli etiopi vennero ammucchiati nei camion, strettamente sorvegliati dalle camicie nere armate. Pistole, manganelli, fucili e pugnali furono usati per massacrare gli etiopi disarmati di tutti i sessi, di tutte le età. Ogni nero incontrato era arrestato e fatto salire a bordo di un camion e ucciso o sul camion o presso il piccolo Ghebi (dove è ora si trova l'Università di Addis Abeba) Le case o le capanne degli etiopi erano saccheggiate e quindi bruciate con i loro abitanti. Per accelerare gli incendi vennero usate in grandi quantità benzina e petrolio. I massacri non si fermarono durante la notte e la maggior parte degli omicidi furono commessi con armi bianche e colpendo le vittime con manganelli. Intere strade erano bruciate e se gli occupanti delle case in fiamme uscivano in strada erano pugnalati o mitragliati al grido "Duce! Duce Duce!". Dai camion, in cui gruppi di prigionieri erano stati portati per essere massacrati vicino al Ghebbi, il sangue colava letteralmente per le strade, e da questi camion si sentiva gridare "Duce! Duce! Duce!".

Non dimenticherò mai quello che ho visto quella notte degli ufficiali italiani che passano con le loro auto lussuose per le strade piene di cadaveri e sangue, fermandosi nei luoghi dove avrebbero avuto una migliore visione delle stragi e degli incendi, accompagnati dalle loro mogli, che mi rifiuto di definire donne»[26] »

(FR)

« Convoqua les chemises noires au siège du fascio, les chefs à une consultation, et demandant aux autres de se tenir prêt à recevoir des ordres. Très vite ils sortaient armés du fascio en se précipitant dans toutes les directions. N’importe qui dans les villes était une cible, mais ce qui s’est vraiment passé alors était pire que tout ce que quiconque aurait pu imaginer. Il faut que je dise, et cela est vrai, que le sang coulait véritablement dans les rues. Des corps d’hommes, de femmes, d’enfants, au-dessus desquels tournaient des vautours, gisaient absolument partout. Des flammes gigantesques de leurs maisons brûlées illuminaient la nuit africaine.

Le plus important des massacres eu lieu après six heures le soir… Lors de cette nuit affreuse, on entassait des Éthiopiens dans des camions, étroitement gardés par des Chemises noires armées. Des revolvers, des matraques, des fusils et des poignards étaient utilisés pour massacrer des noirs désarmés de tous les sexes, de tous les âges. Tout noir vu était arrêté, embarqué dans un camion et tué, soit dans le camion, soit près du petit Ghebi (où se trouve aujourd’hui l’université d’Addis Abeba), soit dès qu’il croisait une chemise noire. On fouillait les maisons ou les huttes des Éthiopiens, puis elles étaient brûlées avec leurs occupants. Pour accélérer l’incendie, du benzine et du pétrole étaient utilisés en grande quantité. Les coups de feu n’arrêtaient pas de la nuit, mais la plupart des massacres étaient commis à l’arme blanche et en assommant les victimes à la matraque. Des rues entières étaient incendiées et si des occupants des maisons en flammes sortaient dans la rue, ils étaient mitraillés ou poignardés au cri de "Duce ! Duce ! Duce !". Des camions dans lesquels des groupes de prisonniers avaient été amenés pour être massacrés près du Ghebbi, le sang s’écoulait littéralement dans les rues, et de ces camions on entendait sortir les cris "Duce ! Duce ! Duce !".

Je n’oublierai jamais que j’ai vu cette même nuit des officiers italiens passant dans leur voiture luxueuse à travers des rues remplies de sang, s’arrêtant aux endroits d’où ils auraient une meilleure vue des massacres et des incendies, accompagnés de leur épouse que je me refuse à appeler des femmes.[26] »

(Dr. Ladislav Sava)

Un'altra testimonianza è data dall'ambasciatore d'Etiopia a Londra, che dice:

(IT)

« "Le strade erano coperte di cadaveri ... La gente non osava avventurarsi lì. Da quel giorno è iniziata una metodologia che continuerà ininterrottamente per tre giorni ... Il metodo è stato quello di bruciare le case, in attesa che i suoi occupanti erano costretti ad uscire e massacrare indiscriminatamente con coltelli, baionette, con le bombe a mano o con le pietre e talvolta solo con armi da fuoco. Gruppi di fascisti ho visto fermarsi con i camion e divertirsi appendendo fuori da questi uomini e trascinarli da un capo all'altro della città fino a quando i loro corpi non cadevano a pezzi ... In alcuni quartieri i corpi coprivano le strade e i giardini. Nella piazza di San Giorgio, in cui era stata rubata la statua equestre di Menelik II, i cadaveri erano accatastati formando una grande pila.[27][28] Oggi la città si presenta come un campo di battaglia dopo la fine dei combattimenti. " »

(FR)

« "Les rues étaient recouvertes de cadavres… Personnes n’osait s’y aventurer. À partir de ce jour se mit en place une méthode qui continuera sans interruption pendant trois jours… La méthode consistait à incendier les habitations, attendre que ses occupants soient forcés de sortir et à les massacrer sans distinction, au poignard, à la baïonnette, à la grenade à main, au gourdin, ou avec des pierres, et parfois seulement avec des armes à feu. On voyait des groupes de fascistes s’arrêter en camion et s’amusant à traîner de pauvres hommes d’un bout de la ville à l’autre jusqu’à ce que leurs corps tombent en morceaux… Dans certains quartiers les corps recouvraient les rues et les jardins. Dans le square de Saint George, d’où la statue équestre de Ménélik II avait été dérobée, les cadavres formaient une véritable pile.[27][28] Aujourd’hui la ville ressemble à un champ de bataille après la fin des combats." »

(ambasciatore d'Etiopia a Londra)

Le stesse scene sono descritte dai missionari americani, da Herbert e Della Hanson. Essi si riferiscono alla visita della città poco dopo le uccisioni:

(IT)

« "Intere aree sono state bruciate completamente ricoperte da case disabitate. Anche intorno alle mura dell'ospedale, dove c'erano molte case sono state lasciate solo rovine annerite. Siamo rimasti molto male alla vista di queste scene di devastazione, ancora di più quando abbiamo appreso che molte delle case vennero bruciate con i loro occupanti dentro." »

(FR)

« « trouvaient des superficies entières complètement brûlées couvertes de huttes inhabitées. Même autour des murs de l’Hôpital, où il y avait eu de nombreuses huttes ne restaient que des ruines noircies. Nous étions véritablement malades à la vue de ces scènes de dévastation, plus encore lorsque nous apprenions que nombre d’entre elles avaient brûlé avec leurs occupants à l’intérieur. »[27][28][29] »

(Missionari americani, da Herbert e Della Hanson)

Il capitano etiope Toka Binegid della Brigata dei vigili del fuoco di Addis Abeba, dice:

(IT)

« "Gli italiani sono stati divisi in diversi gruppi: mentre alcuni uccidevano altri raccoglievano i cadaveri e li gettavano nei camion. Hanno raccolto i corpi nelle strade utilizzando rastrelli. Tra quelli raccolti da rastrelli molti erano ancora vivi ... Ho visto i soldati italiani fotografarsi appollaiati sui cadaveri delle loro vittime. Incendi e omicidi hanno avuto inizio il venerdì e sono continuati fino a lunedi mattina " »

(FR)

« "Les italiens se divisaient en plusieurs formations : pendant que certains tuaient, d’autres ramassaient les corps et les jetaient dans un camion. Ils ramassaient les corps de la route en utilisant des râteaux. Parmi ceux qui étaient ramassé par les râteaux beaucoup étaient encore en vie… J’ai vu des soldats italiens se faire photographier en se juchant sur les cadavres de leurs victimes. Les incendies et les meurtres qui avaient commencé le vendredi, continuèrent jusqu’au lundi matin"[27][29][30] »

(Il vigile del fuoco della Brigata etiope Toka Binegid ad Addis Abeba)

Notemodifica | modifica wikitesto

  1. ^ Del Boca 2014, p. 7.
  2. ^ Del Boca 2014, p. 219.
  3. ^ Del Boca 2014, pp. 219-220.
  4. ^ Del Boca 1996L'attentato a Graziani.
  5. ^ Rochat 2009, p. 82.
  6. ^ Del Boca 1996L'attentato a Graziani.
  7. ^ Del Boca 1996L'attentato a Graziani
  8. ^ a b c d Ciro Poggiali, Albori dell'Impero, Milano, Fratelli Treves, 1938, pp. 116-120.
  9. ^ Nicola Labanca, Lessona, Alessandro, Treccani.it. URL consultato il 21 maggio 2017.
  10. ^ Del Boca 1996L'attentato a Graziani.
  11. ^ Del Boca 1996L'attentato a Graziani.
  12. ^ Del Boca 1996L'attentato a Graziani.
  13. ^ Ciro Poggiali, Diario AOI, Milano, Longanesi, 1971, pp. 181, ISBN 10-A000215923ISBN non valido (aiuto).
  14. ^ Del Boca 1996L'attentato a Graziani.
  15. ^ Del Boca 1996L'attentato a Graziani.
  16. ^ Del Boca 2014, p. 218.
  17. ^ Del Boca 1996L'attentato a Graziani.
  18. ^ a b Rochat 2008, p. 209.
  19. ^ a b c (EN) Richard Pankhurst, The Graziani massacre and consequences, su link.ethiopia.com. URL consultato il 24 maggio 2017.
  20. ^ a b (EN) Secondary Wars and Atrocities of the Twentieth Century - Abyssinian Conquest (1935-41), su necrometrics.com. URL consultato il 12 ottobre 2015.
  21. ^ Saheed A. Adejumobi, The History of Ethiopia, pag. 79.
  22. ^ A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. III, pp. 86-88.
  23. ^ Anthony Mockley, Haile Selassie's War, Signal Books, 2003, p. 177.
  24. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, Einaudi, 2008, p. 85.
  25. ^ Anthony Mockler Haile Selassie's War. The Italian-Ethiopian Campaign, 1935-1941, New York/Oxford, Random House/Oxford UP, 1984, 454 p. (2e ed. Olive Branch, 2002, 496 p.)
  26. ^ a b Paul B. Henze, Histoire de l'Éthiopie. L'œuvre du temps, Paris, Moulin du Pont, trad. de l'anglais par Robert Wiren, 2004
  27. ^ a b c d Richard Pankhurst, Historic images of Ethiopia, Shama books, Addis Abeba, 2005
  28. ^ a b c Richard Pankhurst, The Ethiopians: A History (Peoples of Africa), Wiley-Blackwell; New Ed edition, 2001
  29. ^ a b Richard Pankhurst, Historic images of Ethiopia, Shama books, Addis Abeba, 2005.
  30. ^ New York/Oxford, Random House/Oxford UP, 1984, 454 p. (2e ed. Olive Branch, 2002, 496 p.)

Bibliografiamodifica | modifica wikitesto

  • Angelo Del Boca, L'attentato a Graziani, in Gli italiani in Africa Orientale - 3. La caduta dell'Impero, Milano, Mondadori, 1996, ISBN 978-88-0442-283-9.
  • Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Vicenza, Neri Pozza, 2014, ISBN 978-88-6559-178-9.
  • Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, Milano, Einaudi, 2008, ISBN 978-88-06-19168-9.
  • Giorgio Rochat, Le guerre italiane in Libia e in Etiopia dal 1896 al 1939, Udine, Gaspari Editore, 2009, ISBN 88-7541-159-X.
  • (FR) [Paul B. Henze, Histoire de l'Éthiopie. L'œuvre du temps, Paris, Moulin du Pont, trad. de l'anglais par Robert Wiren, 2004]
  • [Richard Pankhurst, The Ethiopians: A History (Peoples of Africa), Wiley-Blackwell; New Ed edition,2001]
  • [Richard Pankhurst, Historic images of Ethiopia, Shama books, Addis Abeba, 2005]
  • [Richard Pankhurst, ‘'History of the Ethiopian Patriots (1936-1940)]
  • [Anthony Mockler Haile Selassie's War. The Italian-Ethiopian Campaign, 1935-1941

Pubblicazionimodifica | modifica wikitesto

Filmografiamodifica | modifica wikitesto

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